Francesco Bellusci dell’associazione Libas ha chiesto l’intervento della Regione
Francesco Bellusci dell’associazione Libas ha chiesto l’intervento della Regione

Rozzano (Milano), 20 gennaio 2019 - Il figlio torna a casa, ma non può più chiedere la residenza: tutto questo per effetto della delibera regionale approvata lo scorso anno con la quale viene disciplinata l’offerta degli alloggi pubblici. Accade al quartiere Aler di Rozzano: qui un ragazzo separatosi dalla compagna è tornato nell’abitazione dei genitori, ma non ha potuto prendere la residenza e terminato l’anno di ospitalità dovrà andare via. La denuncia di questa situazione, nata da una norma che vuole evitare che il diritto alla casa venga ereditato, parte dall’associazione Libas, che ha accolto l’appello della famiglia rozzanese che da circa un anno sta combattendo contro le istituzioni, presentando pure un esposto ai carabinieri.

"Siamo di fronte a una situazione assurda - spiega Francesco Belluscio, rappresentante della Libas -. Una famiglia non può più riaccogliere un figlio per una delibera che è contro ogni logica. Per questo, oltre all’esposto, abbiamo chiesto l’intervento del sindaco di Rozzano, della Regione Lombardia e di Aler. Purtroppo per ora non abbiamo avuto risposta. Saremo costretti a portare in tribunale tutti i rappresentanti di queste istituzioni se non porranno fine a una vera ingiustizia". Il caso nello specifico riguarda un padre, Antonio Maggio di 55 anni, che risiede in via Genziane a Rozzano: suo figlio si è visto negare la residenza. "Oggi è senza residenza e quindi non può nemmeno godere dei diritti civili come quello del voto. Non può avere neppure un medico". Il giovane che era andato a vivere in altro Comune della provincia di Milano con la propria compagna, dove aveva portato la residenza, in seguito alla separazione ha fatto ritorno a casa ma il padre potrà solo ospitarlo al massimo per un anno. Il contestato articolo della delibera regionale è il numero 17 e recita che "l’ospitalità è ammessa per un periodo massimo di sei mesi per persone non facenti parte del nucleo familiare assegnatario o per un periodo massimo di dodici mesi per gli ascendenti o discendenti di primo grado, a condizione che tali persone non eleggano la propria residenza presso l’unità abitativa nella quale sono ospitate".

Oltre al problema della residenza, ora per il padre che ha accolto il figlio in casa c’è il rischio di perdere la titolarità della casa popolare. La motivazione è all’interno dello stesso articolo: "In caso di accertata violazione delle disposizioni, l’ente proprietario o l’ente gestore diffida l’assegnatario a ripristinare la situazione regolare entro trenta giorni dalla ricezione della diffida. L’inottemperanza alla diffida comporta la dichiarazione di decadenza dall’assegnazione". Contro questo articolo si è schierato anche il sindaco di Trezzano, Fabio Bottero, che ha già affrontato un caso analogo: "Rispettiamo le leggi, ma questa normativa va rivista e modificata".