Melegnano (MIlano), 1 settembre 2018 - Melegnano come viale Jenner, gli islamici si mettono a pregare in strada. «Siamo pronti ad andare anche davanti al Comune». È la risposta della comunità musulmana locale all’ordinanza del municipio che vieta le attività culturali e di culto all’interno del capannone di via Morandi 15, preso in affitto dall’associazione araba Al Baraka e diventato, nel tempo, meta di centinaia di fedeli in arrivo da Melegnano e dal Sud Milano. Di fronte al diktat dell’ente locale - che ha diffidato il sodalizio «dal proseguire attività socio-culturali e di aggregazione che comportino la presenza contemporanea di più persone e attività con verosimile finalità di culto nell’immobile di via Morandi» - ieri alle 13 oltre 150 persone si sono date appuntamento all’esterno del capannone e, stesi dei teli a terra, hanno occupato una parte della carreggiata, tra le auto e i mezzi pesanti, per pregare e ascoltare il sermone dell’imam. Sul posto sono intervenuti anche vigili e carabinieri, per monitorare la situazione. Ora le forze dell’ordine valuteranno se procedere a eventuali denunce. 

«La nostra è una manifestazione spontanea, un modo per esercitare un diritto che non può essere negato - ha affermato l’ex presidente di Al Baraka, Hamza Ourabah -. Useremo tutti i metodi leciti in nostro possesso per poter avere una sede, dove pregare e incontrarci». Il provvedimento del Comune è stato emesso il 23 agosto, dopo che i sopralluoghi effettuati dai vigili hanno attestato la presenza, nelle giornate del venerdì, di numerose persone nell’immobile, usato come moschea. La diffida a proseguire questo genere di attività deriva dal fatto che lo stabile insiste su un’area potenzialmente inquinata (quella della ex azienda chimica Saronio), quindi può essere adibito a sole attività produttive e non a scopi culturali-religiosi. Per riconvertire la destinazione d’uso del capannone sono necessarie alcune opere di adeguamento (prima fra tutte la creazione di un vespaio areato), che ad oggi non risultano essere state eseguite.

«Se l’area è inquinata, allora bisognerebbe imporre la chiusura di tutte le fabbriche e i pubblici esercizi presenti nella zona - ribatte Kais Mokrani, presidente di Al Baraka -. Non abbiamo un altro posto dove pregare, quell’ordinanza è un’offesa alla nostra comunità». «Siamo disponibili ad adeguare l’edificio, a nostre spese - prosegue -. Abbiamo presentato un progetto per la creazione di un vespaio, ma il Comune non ha voluto prenderlo in carico». Gli islamici invocano il diritto di culto come uno dei capisaldi della Costituzione italiana e ribadiscono la disponibilità ad aprire un dialogo con l’ente locale che, tuttavia, a loro dire, ad oggi si è rivelato poco propenso ad un confronto. «Se via Morandi non va bene, chiediamo che venga individuata una sede alternativa. Siamo vittime di un conflitto politico tra destra e sinistra», ha concluso Hamza Ourabah.