Milano, 18 settembre 2020 - 

LETTERA

Caro Direttore, ho letto l’articolo sulla decisione di una multinazionale di chiudere la sede a Milano e mettere i dipendenti in smart-working. Sembra che molti siano entusiasti, eppure girando la città ci si accorge di come questo sia un pericolo. Milano è irriconoscibile, non facciamola morire. Antonello, Milano

RISPOSTA

Il pericolo che segnala esiste e non va sottovalutato. L’opportunità offerta alle aziende con sedi a Milano di approfittare delle regole imposte per far fronte alla pandemia e ridurre i costi per gli spazi destinati agli uffici non è campata in aria. Come scrive, già alcune realtà importanti si stanno muovendo in questa direzione. In prospettiva, il rischio è che centinaia di migliaia di persone che ogni giorno raggiungono la città per lavorare, facendo acquisti e tenendo vivo il tessuto urbano, spariscano progressivamente. Più di quanto già avvenuto dall’avvio del lockdown e con la ripartenza, la cosiddetta Fase 3, col freno tirato. Ristoranti, bar per le pause pranzo e per il rito dell’aperitivo, negozi dove fare shopping d’impulso o programmato, ma anche teatri, cinema e ritrovi corrono il concreto pericolo di vedere sparire clienti e pubblico. Una ferita difficilmente guaribile se quella dello smart-working non resterà un’eccezione e non una politica strutturale. Considerando anche che già si pensa a farne uno strumento per la lotta allo smog. Bene le politiche per l’ambiente, ma Milano deve ripartire. E subito.

mail: sandro.neri@ilgiorno.net