Filippo Penati (Ansa)
Filippo Penati (Ansa)

Sesto San Giovanni (Milano), 10 ottobre 2019 - Quest'estate lo vedevi con una coppola beige in testa. «Ho messo un berretto per coprire la caduta dei capelli solo perché non posso girare con un elmetto con il caldo che fa. Ma l’elmetto rappresenterebbe meglio il mio stato d’animo». Filippo Penati ha perso la sua battaglia contro il cancro. Se ne è andato nella notte, a 66 anni, nell’ospedale Multimedica di Sesto San Giovanni, la città che ha amministrato e dove ha iniziato l’ascesa politica fino alla caduta, dopo l’inchiesta giudiziaria partita proprio da lì. Ha lottato fino alla fine, ha raccontato pubblicamente la sua malattia «che i medici ritengono sia legata anche alla vicenda giudiziaria». Ha raccontato quando ha dovuto mettersi su una sedia a rotelle, perché le cure gli avevano affaticato il corpo. Ha chiesto scusa alla città, perché forse non aveva fatto abbastanza contro le barriere architettoniche e ora se ne accorgeva. Fino alla fine non ha perso il sarcasmo. 

«Ho pagato le tasse sulle sigarette per più di quarant’anni. Ora che ho smesso di nuovo di fumare questo governo vuole tassare la mia amata Coca Zero. Non ho scampo», commentava qualche mese fa. Potevi vederlo sugli spalti del Geas Basket, la società di serie A femminile di cui era diventato presidente, portando uno sponsor come Allianz e stringendo rapporti importanti con Milano. C’era alla presentazione della stagione, poche settimane fa a Villa Campari. Non se l’era voluta perdere, anche se i segni sul viso non erano riusciti a nascondere la fatica. Oltre un anno di lotta contro il tumore, ma cinque contro un’inchiesta giudiziaria, quella sul «Sistema Sesto», che continuava a riemergere. Prescritto per il filone sulle presunte tangenti delle aree Falck, assolto per le altre vicende. A luglio la Corte dei Conti ribalta il processo di primo grado: per l’acquisto da parte della Provincia di Milano del 15% delle azioni della Milano-Serravalle dal gruppo Gavio, Penati è ritenuto responsabile di un danno pari a 19,8 milioni di euro. «Desiderava vivere a sufficienza per vedersi definitivamente assolto», racconta chi gli è stato vicino. Non molti, per la verità. Perché quello che era considerato l’enfant prodige della politica si è trovato presto in un mare di solitudine. Dal voltafaccia di Pierluigi Bersani, di cui era a capo della segreteria e uomo fidato al Nord, fino a essere scaricato pure dal Pd sestese che gli ritira la tessera, poi restituita nel 2017. 

Penati è stato il sindaco che difese la roccaforte rossa nel 1994, quando anche Stalingrado rischiava di essere risucchiata dal vortice azzurro di Silvio Berlusconi. Era poco più che 40enne, aveva già un passato da assessore, una carriera nella Fgci e nel Pci. Vinse nel momento più delicato per Sesto con la chiusura delle grandi fabbriche. Però parte la ribalta: presidente della Provincia dinamico, segretario provinciale degli allora Ds, politico di spicco a livello nazionale. Quando nel 2009 è il momento della rielezione, perde al secondo turno contro Guido Podestà per poche migliaia di voti. L’anno dopo la candidatura in Regione, che non vuole, ma lo sguardo verso Roma. Poi l’inchiesta e, anche dopo le sentenze, l’unico ruolo possibile la presidenza del Geas Basket. Torna alla sua professione, ma stavolta insegna per i migranti come volontario. Si mette a scrivere romanzi noir. Partecipa ancora alla vita politica cittadina, anche se per i suoi ex compagni diventa una presenza troppo scomoda e ingombrante. «Sono e rimango un uomo di sinistra ma non rinnovo la tessera del Pd – decide in primavera –. É una scelta sofferta e difficile. Sono stato, più di 10 anni fa, tra i più entusiasti sostenitori della nascita del Pd. Oggi non mi convince la rigenerazione attraverso una sorta di ritorno al passato».