Quando Vittorio Emanuele diceva: “Se volete vado a giurare al consolato, così posso rientrare in Italia”

Il figlio dell’ultimo re d’Italia, intervistato nel 1999: “Non voglio tornare come re su un cavallo bianco, ma semplicemente come signor Vittorio Emanuele. Troveremo un lavoro come abbiamo sempre fatto”

Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell'ultimo Re d'Italia, morto all'età di 86 anni

Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell'ultimo Re d'Italia, morto all'età di 86 anni

"Se volete, vado a giurare domani al consolato. Poi però mi devono dare il passaporto, così prendo l'auto e rientro subito in Italia". Era il 1999, Vittorio Emanuele di Savoia viveva con la famiglia nel suo esilio dorato sul lago di Ginevra, bloccato dalla XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che fino al 2002, quando la norma è cessata, vietava l'ingresso e il soggiorno in Italia agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti e ai discendenti maschi.

"Il problema non è questo, quella del giuramento alla Costituzione della Repubblica è solo una scusa; poi ne verrà un'altra e un'altra ancora", si sfogava, parlando al bordo della piscina della sua villa di Vesenaz con l'allora sindaco di Monza Roberto Colombo. Un gesto clamoroso, quello del sindaco di Monza, che nell'occasione aveva guidato una piccola delegazione istituzionale e una pattuglia di giornalisti (noi compresi) fino alle sponde del lago di Ginevra per portare solidarietà alla famiglia in esilio e per offrire un gesto riparatore da parte della città che cento anni prima era stata teatro del regicidio.

A Monza infatti nel luglio del 1900 l'anarchico Gaetano Bresci uccise Umberto I. Una tragedia che per la capitale brianzola, residenza estiva di generazioni di teste coronate, dagli Asburgo ai Savoia, coincise con la fine della Belle Epoque e che ancora oggi viene ricordata dai monarchici con una commemorazione alla Cappella espiatoria. Un gesto riparatore, quello del sindaco forzista di allora, seguito da un calendario di manifestazioni dedicate alla corte dei Savoia a Monza, che dopo il regicidio chiusero la Reggia per non tornarci mai più.

Il dibattito allora infiammava gli animi, arrivando fino a quella casa borghese realizzata secondo i canoni più moderni: palestra, piscina, moquette ovunque e cucina a vista, quadri moderni, ma anche collezioni antiche e quadri degli antenati, un biglietto da visita eloquente per il principe in esilio dall'età di otto anni. In quel periodo aspettava il pronunciamento della Corte di Strasburgo sull'ammissibilità del ricorso contro la XIII disposizione della Costituzione italiana.

"Sono ottimista - ci aveva rivelato -. Per questo motivo ricomincio sempre da capo. Non voglio rientrare in Italia come re su un cavallo bianco, ma semplicemente come signor Vittorio Emanuele. Troveremo un lavoro come abbiamo sempre fatto. Siamo ben conosciuti all'estero. Possiamo lavorare con le banche e la piccola e media impresa italiana. Veniamo in Italia per rispettare le leggi dello Stato, Costituzione per prima". E per l'occasione trovava parole di condanna anche sulle leggi razziali, giudicate "orribili".

"Riteniamo il divieto d’ingresso in Italia fuori dalla storia. Una Repubblica forte non deve avere simili veti", aveva concluso il sindaco monzese dopo l'incontro col principe e la princepessa Marina Doria. Nelle stesse ore il figlio di Umberto II si preparava alla battaglia di Strasburgo. "Se la Corte non ammetterà la possibilità di coltivare il ricorso, trascinerò le telecamere davanti alla sua sede", avvisava.

Erano giorni difficili. Tre anni dopo, con la caduta del divieto di ingresso, il figlio Emanuele Filiberto avrebbe conosciuto Monza e la villa abitata dai suoi avi, visitata più volte. Vittorio Emanuele invece a Monza non venne mai.