Milkha Singh, nelle due stagioni auree della sua vita
Milkha Singh, nelle due stagioni auree della sua vita

New Delhi - Addio a un vero e proprio mito dello sport in Oriente. Il coronavirus ha ucciso a 91 anni Milkha Singh, detto il “Sikh volante“, un delle più grandi leggende dell’atletica leggera dell’India, mezzofondista vincitore di diversi ori e che si fece notare alle Olimpiadi di Roma del 1960 con un quarto posto nella finale dei 400 metri dove esibì davanti al mondo i proverbiali capelli lunghissimi annodati sulla testa, secondo l’usanza dei Sikh.

 Singha sopravvisse da adolescente allo sterminio della sua famiglia nelle violenze religiose seguite all’indipendenza dell’India nel 1947, e la Bbc gli ha tributato un omaggio come all’uomo “che imparò a correre per salvarsi la vita“. Singh, che è deceduto in ospedale a Chandigarh, nel nord dell’India, è sopravvissuto solo di pochi giorni alla morte della moglie, 85/enne ex campionessa di pallavolo Nirmal Kaur, anche lei arresasi al Covid. 

Singh ha vinto cinque medaglie d’oro in altrettanti campionati asiatici di atletica e nel 1959 è stato omaggiato del Helms World Trophy per aver vinto 77 delle 80 gare internazionali disputate. Fu anche oro nei giochi del Commonwealth del 1958. Nato nel 1930 da famiglia sikh nella colonia britannica in un piccolo villaggio del Multan, vide morire entrambi i genitori e sette fra fratelli e sorelle durante le violenze etnico-religiose seguite alla partizione fra India e Pakistan contestuale all’indipendenza del 1947. 

Nel 2013 anche Bollywood gli ha reso omaggio con un film, “Bhaag Milkha Bhaag“ (Corri Milkha, corri), intitolato come le ultime parole che gli avrebbe urlato il padre prima di venire ucciso, in cui si rievocava la sua traumatica adolescenza e si stabiliva un nesso profetico fra quelle parole e la sua futura carriera sportiva: un talento emerso durante la sua militanza nell’esercito indiano.