La festa dell'Olimpia in occasione della prima Coppa Campioni
La festa dell'Olimpia in occasione della prima Coppa Campioni

Milano, 1 aprile 2016 - Il primo aprile 1966 il Simmenthal Milano batte lo Slavia Praga 77-72 e sale sul trono d'Europa vincendo la Coppa dei Campioni, esattamente 50 anni fa. Appuntamento con la storia per l'Olimpia nella stagione che coincide anche con gli 80 anni dalla fondazione nel 1936. Fu la prima squadra italiana a riuscire a vincere il titolo continentale e tra i magici 10 giocatori di coach Cesare Rubini è facile ricordare i grandi protagonisti come Bradley, Masini, Pieri o Riminucci, ma come spesso si scopre solo a posteriori le vittorie non si possono raggiungere senza coloro che lavorano nell'oscurità, quelli che permettono ai grandi campioni di fare allenamenti di alto livello e poi sono chiamati in campo a dare tutto in pochi minuti. Uno dei grandi esempi del passato è Giandomenico Ongaro, ala classe 1941, eroe della prima Olimpia europea (con lo sfizio anche di qualche presenza in Nazionale e 6 scudetti dal 1959 al 1967). Uno di quei giocatori tutto cuore che ha reso mitico quel Simmenthal e che ora, a 50 anni di distanza, ha ancora la voglia di trasmettere la sua passione per il basket. Lo fa con le squadre Under 13 ed Esordienti di Tumminelli Milano, vicino a dove abita dopo una vita lavorativa passata negli USA.

50 anni dopo, quali ricordi?
"E' il momento massimo dell'aspirazione di uno sportivo, un momento unico, magico, in cui il lavoro di una stagione di una squadra arriva a concretizzarsi. Le finali a Bologna furono un sogno, la vittoria in semifinale contro l'Armata Rossa che già sembrava imbattibile, alzare la coppa dopo la finale, ma a dir la verità già battere ed eliminare il Real Madrid, che aveva vinto negli anni precedenti, nei quarti di finale fu una grande impresa".

Era un giocatore particolare, come si sarebbe definito?
"Dovevo lottare per trovare il mio spazio, ma ho avuto l'onore di giocare con tutti i migliori giocatori del momento. Sono cresciuto nel Simmenthal, giocare per la squadra della mia città era già un grande orgoglio. Avevo il mio ruolo, marcavo gli avversari più forti e i miei compagni sapevano che potevano fidarsi di me in qualsiasi momento. Se ci fosse stato bisogno avrei potuto fare anche canestro (nella sua esperienza a fine carriera in Serie B alla Siemens Milano fu anche capocannoniere, ndr), ma con i campioni con cui giocavo non c'era mai realmente la necessità di fare altro rispetto al mio ruolo".

Lei non fece mai il professionista ed è per questo che la sua carriera fini a 27 anni
"Era un altro mondo, mentre giocavo mi ero anche laureato in ingegneria al Politecnico. Ai tempi a 27 anni bisognava già iniziare a pensare al futuro e alla propria famiglia, la carriera di uno sportivo era molto più corta rispetto ad adesso. Dopo le grandi vittorie e la laurea mi arrivò una proposta da Gorizia, ma scelsi di fare l'ingegnere. Giocai ancora per qualche anno nelle serie minori, mi divertivo, un bel passatempo. Non ho rimpianti, è stato giusto così".

50 anni dopo è ancora qui ad insegnare ai ragazzini i segreti del basket, perchè?
"Semplicemente per la passione che provo per questo sport. Ho lavorato tanti anni negli USA, li l'amore per il basket è rimasto un po' sopito, a parte l'amicizia che ho coltivato con Kenney a New York. Nel 2003, quando sono tornato in Italia, la squadra di mio nipote, lo Schuster Milano, ha provato a coinvolgermi. Si è riaccesa la fiammella e non si è più spenta. Insegnare è bello e poi questi ragazzi hanno tanta voglia di imparare".

Qual è il suo ruolo e cosa le lascia questo tipo di esperienza?
"Vorrei riuscire ad accedere la passione in ognuno di questi ragazzi, lo spirito vincente non muore mai e ti aiuta anche nella vita. Mi piace insegnare, aiutarli, fargli scoprire cose nuove e vedere il piacere che hanno nell'apprendere e nel migliorare. Ogni volta che finisco l'allenamento sono stanco, ma sono davvero soddisfatto. Con questi ragazzi del Tumminelli mi trovo proprio bene".

Una vita per la pallacanestro, tante emozioni e tante vittorie, c'è una persona da ringraziare in particolare?
"Cesare Rubini, con affetto e rispetto, per lui davo tutto in qualsiasi momento. Ma non solo io, lo facevano tutti i suoi giocatori, aveva un carisma incredibile ed è anche per questo che ha vinto così tanto. Ricordo un episodio, giocavamo a Bratislava ed eravamo con qualche infortunato. L'allenatore mi chiese tantissimi minuti difendendo anche sui pivot. Non bastò, perdemmo, ma a fine gara Rubini mi abbracciò sapendo che avevo dato davvero tutto. Non me lo dimenticherò mai quel gesto, era raro, mi commuovo ancora adesso".