Zona K
Zona K

Milano, 10 agosto 2018 - Come se a un certo punto avessero schiacciato a fondo l’acceleratore. Ma non prima di capire bene dove andare. Questa la parabola di Zona K. E veloci veloci sono arrivati premi, riconoscimenti, pubblico. Soprattutto è arrivata la sensazione di un’identità nuova (e precisa) in città: via Spalato, piccolo baluardo della performing arts. E del teatro internazionale. Che di nomi ne sono passati parecchi da queste parti, a tratteggiare con forza un gusto. Una politica culturale. Lo racconta Valentina Kastlunger regista e produttrice altoatesina, codirettrice artistica e organizzativa insieme a Sabrina Sinatti. Con loro Valentina Picariello e Silvia Orlandi, per un gruppo di lavoro tutto al femminile. In locandina una leonessa. Non si scherza.

Valentina, come nasce Zona K?

«Cercavamo un luogo dove fare le nostre cose, anche se all’inizio abbiamo dovuto concentrarci sull’affitto location. Ci abbiamo messo un paio d’anni per farlo funzionare e quando sono arrivati i primi clienti importanti, abbiamo avviato i nostri progetti, a bassissimo costo. Mentre io, quasi involontariamente, mi allontanavo dalla regia per fare altro».

Rimpianti?

«No, va bene così. Ora fatico a chiudermi in una stanza per andare a fondo del pensiero. Capisci che le tue capacità vanno in un’altra direzione. Ho guadagnato la sensazione di stare maggiormente nel mondo».

Quando avete cominciato a fare sul serio?

«Nel 2012 si è unita a noi Sabrina Sinatti. A quel punto abbiamo puntato sulla stagione, cambiando grafica e iniziando immediatamente a parlare con gli enti pubblici. Siamo andati alla ricerca di un senso, per non essere l’ennesimo spazio off di Milano».

Un senso che avete trovato.

«Credo di sì, grazie anche all’esperienza. La città non accoglie tutto, devi quindi sommare le necessità della società in cui vivi con le tue caratteristiche. Ad esempio, se fossimo partite cinque anni dopo con il nuovo corso della Triennale, la parabola sarebbe stata diversa».

Migliaia di persone hanno partecipato a «Remote Milano» dei Rimini Protokoll: per voi è stato uno spartiacque?

«Sì, la classica botta di fortuna… Certo: cercata, voluta, costruita. Ma ci sorprese molto la reazione degli operatori e del pubblico, dopo due anni di grande fatica. È stato un po’ come quando prendi un bel voto a scuola e poi ti domandi: e adesso? Con loro mi sono anche accorta di essere brava nel supporto alla coproduzione, nel confronto di pensiero, nel gestire le relazioni con la città. Di essere brava lontana dalla regia».

Il momento più difficile?

«Le serate di Costanza Givone, artista italiana che lavora in Portogallo. Alla prima replica di “Salomè ha perso il lume” c’erano quattro spettatori, nella seconda nessuno. Stavo male».

Come vorresti che fosse visto il vostro lavoro?

«Vorrei che se ne percepisse la progettualità, andando oltre lo spazio fisico. Dal punto di vista culturale, mi auguro che quello che facciamo serva a qualcosa, un passettino alla volta. Un po’ come con gli spettacoli di teatro partecipato, che oltre ad andare di moda, ti permettono di far toccare allo spettatore mondi e realtà che altrimenti non toccherebbe. A quel punto le urgenze vengono da sé».

Un augurio per Zona K?

«Di non invecchiare, di continuare a prendere bei voti».