Claudio Longhi
Claudio Longhi

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Milano - Eduardo De Filippo, che con Paolo Grassi e questo palcoscenico aveva un grande legame, ebbe modo di scrivere: "Per fare buon teatro bisogna rendere la vita difficile all’attore". Il Covid ci è riuscito davvero. E a un anno dall’inizio dell’emergenza la ripartenza resta un’incognita. "Quando finalmente riapriremo le sale non si tratterà di dischiudere una porta: dovremo riconquistare un’abitudine alla socialità che per intanto si è persa", chiarisce Claudio Longhi, 55 anni, bolognese, dallo scorso dicembre approdato alla direzione del Piccolo Teatro di Milano. "Viviamo un clima di precarietà e smarrimento, con profonde contraddizioni comuni a tutti i grandi palcoscenici europei – continua – in Francia ci sono tensioni e teatri occupati; in Spagna sono aperti. Per la prima volta non avverto differenze fra l’Italia e le altre realtà oltreconfine".

Come vede la ripartenza?
"Molti dettagli li conosceremo solo al momento di riaprire. Detto questo, è in corso un lavoro stile tela di Penelope per riprogrammare gli spettacoli che il Piccolo aveva in cartellone un anno fa e che sono saltati. L’avvio della stagione 2021-2022 sarà frutto di quest’opera di riprogrammazione. Stiamo però già lavorando alla stagione 2022-2023".

Come sarà il teatro dopo la pandemia?
"Il Covid è intervenuto pesantemente nell’ordinaria evoluzione delle nostre attività e lascerà un’ombra lunga che inciderà sulla programmazione futura. Il 2022 sarà, probabilmente, ancora un anno di passaggio".

Problemi di budget?
"Non possiamo parlare di questa crisi come se ne fossimo già usciti. Siamo costretti a lavorare con continui aggiornamenti, e noi lo stiamo facendo. Il risultato vero lo sapremo solo a cose fatte. Dobbiamo poi considerare che gli artisti e in generale gli scritturati hanno i maggiori problemi, i lavoratori dipendenti sono più tutelati. L’effetto del crollo di incassi che abbiamo subito è stato contenuto dal fatto che non sono venuti meno i contributi pubblici e le sponsorizzazioni. La crisi del momento attuale, però, non lascerà solo segni economici, ma anche di altra natura".

Per esempio?
"Questa fase finirà, ma ci sono trasformazioni profonde che questa pagina storica ha innescato e con cui dovremo fare i conti. Siamo in presenza di un salto".

Il primo fronte?
"Quello dei giovani artisti. La pandemia ha toccato nervi scoperti come quello della formazione. Una realtà come il Piccolo ha il dovere di farsene carico".

Quali le linee di tendenza con le quali vi state confrontando?
"Ci sono fronti di operatività che stanno emergendo con chiarezza. E che impongono, per esempio, una particolare attenzione alla nuova drammaturgia. Abbiamo davanti agli occhi un mondo che sta cambiando pelle e non potremo non tenerne conto".

Sposerete una drammaturgia cronachistica?
"Non necessariamente. Quello che è soprattutto importante è che la nuova drammaturgia, quale che sia il suo stile, rifletta le nuove geografie della nostra vita. A cominciare da quelle intime. Questa è una necessità per un teatro che, come il Piccolo, vuole essere un luogo di riflessione per la comunità".

Gli spettacoli in streaming sono un’eredità per il futuro?
"Se trattata con cautela quella dello streaming è un’esperienza che entrerà a far parte della vita del teatro. Il digitale a teatro all’estero era già molto sviluppato prima del Covid. E può servire a intercettare fasce di pubblico che normalmente non andrebbero a teatro. E però...".

Però?
"Lo streaming è un terreno fertile di sperimentazione ma non può essere un surrogato del teatro".

Il prossimo traguardo?
"Aprire finestre di dialogo fra il teatro ed altre pratiche artistiche. Dialoghi con la letteratura, la scienza, l’economia. Mondi che stanno intorno al teatro e con i quali confrontarsi".