Domenico Bosa è un esponente di punta del gruppo suprematista Hammerskins
Domenico Bosa è un esponente di punta del gruppo suprematista Hammerskins

Milano, 1 febbraio 2020 - «Lunedì iniziamo? Devo farmi prendere sempre ancora per il c.? Io non mi voglio far prendere più per il c. da nessuno, basta. Non ce n’è più per nessuno. Ho bisogno, punto!". È il 22 marzo 2018, e Domenico Bosa rompe gli indugi: si fa passare il telefono da Alessandro Magnozzi e inizia a minacciare Maurizio Varesi, pretendendo il saldo di un vecchio debito che lui quantifica in 800mila euro. Solo qualche secondo prima, Magnozzi aveva esortato Varesi a racimolare un po’ di contanti, così da placare in qualche modo l’ira di Bosa: "Trovami qualcosina per Mimmo che ce l’ho qua... anche se mi fai avere quattro schede, quattro schede per domani...". Già, Mimmo. Mimmo "Hammer" per tutti, a richiamare la storica militanza nel gruppo suprematista Hammerskins.

Nato a Gela nel 1967 , Bosa non ha mai fatto mistero dei suoi legami con la galassia neonazi, professati anche sugli spalti del secondo anello verde di San Siro: membro storico del gruppo "Irriducibili" (legato a Lealtà Azione), pure in questa stagione si è visto regolarmente nella Nord rivoluzionata ai vertici dagli arresti post-scontri di Inter-Napoli. Non solo estrema destra e curva. Il suo nome è spuntato in un’inchiesta del 2013 (in cui Bosa non è stato indagato) su un traffico di droga sull’asse Montenegro-Italia tra l’ex militare jugoslavo Milutin Tiodorovic e il clan del boss Pepè Flachi: in una conversazione intercettata, il broker della coca si lamentava con lui del mancato pagamento di una parte di un carico di sei chili e arrivava a paventare "una guerra" per avere quanto gli spetta. Quattro giorni fa, Bosa è stato arrestato insieme ad altre 17 persone, a valle di un’indagine del Gico della Finanza su una maxi frode fiscale: per lui l’accusa è di tentata estorsione ai danni di Vareso. Chi è Varesi? Un consulente finanziario molto spregiudicato: si fa le ossa in un colosso del credito italiano, poi inizia a fare investimenti sbagliati e accumula un buco di 400 milioni di vecchie lire; si dimette dalla banca, a patto che gli venga abbonata metà del debito, e continua in proprio, finendo a lavorare per una società di trasporti protestata che tira avanti col sistema dell’anticipo fatture.

È in quel periodo che conosce Alessandro Magnozzi, che ha architettato l’ingegnoso sistema, dietro compenso del 5% mensile, per consentire a quella ditta dell’hinterland di avere sempre soldi a disposizione. Il rapporto si fa via via più stretto, e un giorno Magnozzi confida a Varesi "che molte imprese con le quali svolgeva operazioni simili gli erano state presentate dalla famiglia Pompeo di Bruzzano, con la quale era entrato in contatto perché, in un’occasione non meglio specificata, alcuni soggetti avevano cercato di fare un “recupero“ (crediti, ndr) e Magnozzi si era rivolto ai Pompeo, i quali avevano sistemato tutto". Da quel momento, il cinquantaduenne pisano, ora accusato dalle Fiamme gialle di aver messo in piedi il reticolo di società cartiere per far fruttare i soldi in arrivo anche dalla criminalità organizzata, avvia "una sorta di collaborazione" coi Pompeo: loro gli segnalano aziende in difficoltà da finanziare e in cambio ottengono una percentuale; in caso di mancati pagamenti, intervengono i luogotenenti con le maniere forti. Alla fine del racconto, Varesi confessa a sua volta a Magnozzi di aver già avuto a che fare coi Pompeo nel 2008 e di essere stato costretto a sparire per un anno e mezzo da Milano (rifugiandosi ad Alessandria) per via di un debito. Varesi fa due nomi: "Alfredo Pompeo e Domenico Bosa". Magnozzi gli dice di "non preoccuparsi perché sono suoi amici", ma in pochi mesi le cose precipitano: alcuni imprenditori non versano il dovuto e la responsabilità ricade su Varesi.

Ed ecco rispuntare Mimmo "Hammer", che il 6 marzo 2018 aggredisce il consulente e gli chiede di versare sia 70-80mila euro chiesti da Magnozzi che 800mila euro a lui per un affare andato male nel 2009: "Non ti picchio qua solo per rispetto di Alessandro, comunque io voglio tutti i miei soldi". La pressione si fa sempre più forte, e il giorno dopo Magnozzi parla ancor più chiaro: "Lui mi ha detto “Ieri pomeriggio sono stato chiamato da – io lo chiamo Pompeo anche se... – Tonino, che praticamente è Tallarico... è praticamente il fratello che in questo momento a Bruzzano comanda dopo la morte di Mimmo Pompeo. Lui era molto seccato, c’era anche Bosa, e mi ha detto che ieri ti avrebbero voluto sequestrare – di fatto lui mi ha detto “portare via“ ma il concetto era sequestrare – Maurizio, cerca di trovare una soluzione per loro, perché altrimenti, sai, non so come finisce“".