Milano - L’ennesima richiesta di soldi per la droga. La solita sfuriata di Enzo, annebbiato dalla scimmia della coca. Il fratello minore Francesco che reagisce con veemenza. In mezzo la madre Caterina, alle prese da anni con i guai di quei due figli problematici e vittima di maltrattamenti e botte da parte del più grande, certificati da denunce e sentenze. Gli insulti, le urla e la violenta colluttazione nell’appartamento al terzo piano di viale Aretusa 6. Le coltellate reciproche. A terra resta il maggiore dei Ciconte, che il 14 luglio avrebbe compiuto 47 anni, ucciso da tre fendenti; l’altro, a sua volta ferito, verrà soccorso e operato d’urgenza al Policlinico, dove si trova tuttora piantonato. 

È la sequenza del dramma familiare che si è consumato ieri alle 3.30 nello stabile popolare all’angolo con via Civitali, a San Siro. Una tragedia con una dinamica ancora da chiarire nei dettagli: Francesco si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso dell’interrogatorio in ospedale, alla presenza dell’avvocato; la madre, comprensibilmente sotto choc per quanto accaduto davanti ai suoi occhi, non è ancora riuscita a fornire agli investigatori indicazioni utili per una ricostruzione definitiva del raid fratricida. In ogni caso, l’epilogo più probabile, in questa prima fase, sarà l’emissione di un decreto di fermo per omicidio da parte del pm di turno Giovanni Tarzia, a valle degli accertamenti degli agenti della Squadra mobile, coordinati dal dirigente Marco Calì e dal vice Alessandro Carmeli.

Francesco Ciconte in una foto tratta dai social

"Una tragedia annunciata", il coro dei vicini di casa, convinti che il più giovane dei due, 43 anni, abbia agito per proteggere la mamma. Sì, perché la violenza di Enzo era una costante nella vita di Caterina, sessantottenne rimasta vedova nel 1992: "Ha fatto tutto da sola – si commuove un’amica – crescendo due figli con amore e fatica". Peccato che le vite di entrambi siano presto deragliate: Francesco ha una sfilza di precedenti per furto, rapina, ricettazione e resistenza; Enzo, invalido al 100% per problemi psichiatrici e seguito in passato da un Cps, aveva una dipendenza conclamata da droga e ansiolitici. Una schiavitù che lo rendeva aggressivo e lo spingeva a chiedere continuamente denaro. La fedina penale rimanda due condanne per maltrattamenti in famiglia e lesioni nei confronti della madre: "Entrava e usciva dal carcere, ogni volta era peggio", sintetizzano i residenti, che più volte hanno assistito ai raptus dell’uomo. 

La prima sentenza risale al 2016: due anni e dieci mesi di reclusione. Scarcerato a inizio dicembre 2018, Enzo era tornato a casa, ma dopo qualche giorno aveva ricominciato a ossessionare la mamma. L’escalation di insulti e minacce, ricordano le persone più vicine a Caterina, aveva raggiunto il picco la notte dell’8 marzo 2019, quando la donna era scappata nelle scale urlando "Aiuto, aiuto" per sfuggire alla furia del figlio. All’arrivo degli agenti, lui aveva ammesso di aver abusato di alcol e droga ed era stato portato in ospedale per un controllo; lei era stata accompagnata in pronto soccorso per i pugni ricevuti a testa e torace, uscendone con una prognosi di 21 giorni. Nonostante tutto, Caterina aveva deciso di non denunciare Enzo, ma qualche giorno dopo era stata comunque chiamata in commissariato per approfondimenti: lì, rassicurata dai poliziotti, aveva messo nero su bianco il calvario quotidiano, le notti insonni, l’emorragia di contanti, i debiti, i mobili in mille pezzi.
Un racconto , confermato da altri inquilini di viale Aretusa, che aveva portato a un’altra condanna per Ciconte, stavolta di un anno e otto mesi con giudizio immediato. Nel febbraio scorso, il quarantaseienne era uscito di nuovo, affidato in prova a una comunità di recupero a Scalo Romana. Sembrava la svolta. E invece Enzo ci era ricascato.