Gli scontri fra ultras e Daniele Belardinelli
Gli scontri fra ultras e Daniele Belardinelli

Milano, 22 ottobre 2019 - "Non ho investito io Belardinelli". Così Fabio Manduca, il 39enne ultrà arrestato venerdi scorso con l'accusa di omicidio volontario per avere investito e ucciso Daniele Belardinelli, prima di Inter-Napoli del 26 dicembre, si è difeso davanti al gip Guido Salvini nell'interrogatorio di garanzia. In sostanza, nell'interrogatorio davanti al gip, Manduca, rispondendo per meno di un'ora alle domande, alla presenza anche del pm Rosaria Stagnaro, e con qualche dichiarazione spontanea, ha negato di essere stato lui ad investire Belardinelli, spiegando che lui, con la sua Renault Kadjar all'inizio degli scontri di via Novara, è "andato dietro alla volante della polizia", che seguiva una parte della carovana degli ultrà del Napoli. I

Inizialmente, Manduca, assistito da un legale d'ufficio perché i suoi legali di fiducia non si sono presentati, ha detto che non voleva rispondere e poi, invece, ha cercato di difendersi. Ha confermato che era alla guida della Kadjar, ma ha anche sostenuto di non essere "un vero ultrà, non sono un ultrà del Napoli, anzi mi piace l'Inter, ho preso anche la tessera il 21 dicembre", ossia cinque giorni prima della 'guerriglia' non lontano da San Siro. "Sono anche andato a vedere Barcellona-Inter a Barcellona", ha aggiunto. Degli altri quattro che erano in macchina con lui, "io conoscevo solo Giancarlo Franco (fratello di Vincenzo, uno dei leader della curva del Napoli, ndr), sono un suo amico - ha detto Manduca, con una dozzina di condanne alle spalle, anche per truffa e ricettazione - gli altri tre li ho conosciuti quella mattina". Il 7 gennaio scorso, sentito come teste, Manduca aveva, però, raccontato di aver superato accelerando "due minivan" quella sera. Poi, interrogato da indagato, si era avvalso per due volte della facoltà di non rispondere.

Secondo le accuse, invece, Manduca sarebbe stato alla guida dell'auto che ha tolto la vita a Belardinelli in via Novara, a meno di 2 chilometri dallo stadio di San Siro. Quando ha accelerato verso il gruppo di ultrà interisti, che assaltarono la 'carovana' di macchine dei tifosi rivali, sarebbe stato consapevole che con quella manovra avrebbe potuto uccidere il varesino, come poi è accaduto. Per questo motivo nelle indagini della Procura di Milano, guidata da Francesco Greco, è stato contestato al 39enne l'omicidio volontario nella forma del 'dolo eventuale', ossia con l'accettazione del rischio dell'evento. Intercettato il 6 aprile mentre parlava in dialetto con un amico, Manduca, facendo riferimento all'investimento di Belardinelli ha detto: "Qual omicidio, chill se vuttat iss annanz a machin, frà (quale omicidio, quello si è lanciato lui davanti alla macchina, fratello, ndr)". Una telefonata dalla quale, scrive il gip Guido Salvini, "emerge con chiarezza che l'accusato ha piena consapevolezza dell'investimento" e cerca di giustificarsi. L'intercettazione è una delle prove a carico dell'ultrà napoletano, assieme alle "ammaccature" della sua Renault Kadjar.

La difesa di Fabio Manduca farà ricorso al Tribunale del Riesame di Milano per chiedere la revoca dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere, come già preannunciato nei giorni scorsi dal legale di fiducia del 39enne, l'avvocato Dario Cuomo. Non è escluso, tra l'altro, che rispetto a quanto dichiarato oggi da Manduca davanti al gip (era assistito da un avvocato d'ufficio) la strategia difensiva possa mutare in seguito. La difesa potrebbe puntare, forse con un altro interrogatorio, su una riqualificazione del fatto dell'investimento da omicidio volontario in omicidio stradale. Una strada che potrebbe percorrere già davanti al Riesame, dove si discuterà anche delle esigenze cautelari che, secondo il gip Guido Salvini, giustificano il carcere, un misura eccessiva, a detta della difesa. 

 

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L'indagine

Al presunto investitore, gli investigatori sono arrivati nel corso di un'indagine molto complessa, con delicate perizie tecniche, analisi genetiche, studio di filmati, raccolta di testimonianze e intercettazioni. A metà marzo il gip Guido Salvini aveva disposto, con la formula dell'incidente probatorio, una serie di indagini genetiche, "papillari" e "merceologiche" su sei auto di ultras napoletani sequestrate, compresa la Kadjar di Manduca, e su tutti gli oggetti sequestrati, come coltelli, bastoni, mazze e roncole. Nella maxi inchiesta sugli scontri di S.Stefano sono indagati una trentina di ultras, tra interisti, varesini (gemellati con i nerazzurri come quelli del Nizza) e napoletani, accusati di rissa aggravata e altri reati e che erano stati iscritti tutti anche per omicidio volontario, solo un'ipotesi tecnica per svolgere gli accertamenti di questi mesi. 

L'arrestato

Fabio Manduca è stato arrestato all'alba del 18 ottobre a Napoli. Agli agenti della Digos che sono andati ad arrestarlo non ha detto nulla. Titolare di un'impresa di pompe funebri, ha precedenti per furto, ricettazione, commercio di prodotti falsi e truffa. Secondo quanto scritto dal gip Guido Salvini nell'ordinanza di custodia cautelare Manduca "è un soggetto inserito stabilmente nel tessuto criminale del suo territorio con legami molto stretti con frange estreme dell'ambiente ultrà e che presenta una personalità violenta spiccata; ciò rende altamente probabile che lo stesso reiteri delitti gravi di natura violenta". Sul suo profilo social, stando a quanto emerso, Manduca avrebbe postato un'immagine di Raffaele Cutolo, il capo della Nuova camorra organizzata, e alcune frasi da lui pronunciate come: "Mi sono pentito davanti a Dio, ma non davanti agli uomini". Tra gli altri post, un'immagine del film 'Il padrino' con su scritto 'chi ha tradito ... tradisce e tradirà ... perché infami non si diventa ... si nasce'. All'arresto si è arrivati dopo quasi dieci mesi di indagini caratterizzate dalla "omertà" dei due gruppi ultrà, quelli napoletani e interisti protagonisti dei tafferugli, che non hanno collaborato alle indagini, tanto che gli investigatori hanno dovuto incrociare le versioni rese da alcuni ultras per corroborare i riscontri emersi dalle immagini delle telecamere. Claudio Ciccimarra, capo della Digos di Milano, ha sottolineato: "Dai tifosi dell'Inter abbiamo trovato un muro di omertà. Non hanno collaborato nonostante la vittima appartenesse alla loro parte"