Moses Luwali Chembe e Abdulla Gababa Wario nel Tribunale di Malindi
Moses Luwali Chembe e Abdulla Gababa Wario nel Tribunale di Malindi

Milano, 22 agosto 2019 - Si è presnetato in aula scortato dai militari, tra faldoni polverosi e ventilatori accesi per combattere l’afa. Sul banco degli imputati a Malindi, Ibrahim Adan Omar, uno degli «uomini del mistero» coinvolti nel sequestro di Silvia Romano, la cooperante milanese rapita nove mesi fa nel villaggio di Chakama, in Kenya.

Ieri il giudice Julie Oseko ha accorpato il processo a carico di Adan Omar a quello già in corso a carico degli altri due imputati, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, rinviandolo al 30 agosto per l’audizione di 17 testimoni. Ma resta il buio fitto sulla sorte della 24enne, portata via dal piccolo centro dove si trovava con la onlus Africa Milele lo scorso 20 novembre: piste finite nel nulla, speranze e falsi allarmi, una difficile cooperazione sull’asse Roma-Nairobi, l’ipotesi di una richiesta di riscatto e una verità ancora difficile da afferrare. La ragazza sarebbe stata ceduta dagli esecutori materiali a un altro gruppo, probabilmente i mandanti di un sequestro su commissione in un’area dove imperversano bande di criminali comuni e anche gruppi di integralisti islamici legati ai terroristi somali di Al-Shabaab. Gli investigatori stanno concentrando le ricerche su un uomo “chiave”, Said Ibrahim, ancora irreperibile, considerato il regista dell’operazione. L’uomo che avrebbe organizzato il sequestro per conto dei mandanti, reclutando balordi e malavitosi locali per formare il commando di almeno otto persone che è entrato in azione il 20 novembre, armato di fucili e granate. Un uomo in possesso del denaro necessario per comprare le armi e le due moto usate per portare via la giovane, con le spalle coperte nella latitanza.

La speranza è che Silvia Romano sia ancora viva e non sia stata portata in Somalia, attraversando una frontiera porosa e poco presidiata. Solo arrivando ai mandanti si potrebbe arrivare all’ostaggio. Un ulteriore mistero è la cauzione versata da Chembe, uno dei tre imputati sotto processo a Malindi, che gli ha permesso di tornare in libertà: una somma, equivalente a 25mila euro, enorme per il Kenya. Soldi che, formalmente, la sua famiglia avrebbe ottenuto impegnando alcuni terreni nei pressi del villaggio dove Silvia è stata rapita. Assiste al processo - seguito con una diretta Twitter dalla testata Africa ExPress per «tenere alta l’attenzione sul caso» - anche una rappresentanza degli italiani residenti a Malindi, località turistica del Kenya che ospita le vacanze di vip come Flavio Briatore (proprietario di un resort), Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Italiani preoccupati per la sorte della cooperante, in una zona dove convivono lusso, paradisi per turisti e villaggi poveri come quello dove aveva scelto di lavorare Silvia Romano. Una ragazza sorridente e innamorata dell’Africa, vittima di un sequestro dai contorni ancora oscuri, con amici e familiari a Milano che stanno vivendo lunghi mesi di angoscia.