La piazza del padiglione della Russia con la facciata specchiata che è soggetto di molte fotografie dei turisti (Newpress)
La piazza del padiglione della Russia con la facciata specchiata che è soggetto di molte fotografie dei turisti (Newpress)

Milano, 19 ottobre 2015 - Niente di nuovo dal fronte orientale. Mosca tace sul caso dei lavori non pagati del padiglione russo a Expo. Il vertice diplomatico di settimana scorsa, tra l’ambasciata italiana e membri del Cremlino, non ha prodotto risultati. Se non una proposta, mai messa nero su bianco però, di liquidare sei delle dieci aziende italiane coinvolte. «Da quel momento aspettiamo una risposta, che non è mai arrivata», lamenta Alessandro Cesca della trevigiana Sech, capofila del gruppo di costruttori che vanta un credito di 950mila euro con Rvs holding srl, la società che gestisce la partecipazione della Russia all’Esposizione universale di Milano. Le imprese italiane premono per chiudere la partita prima che cali il sipario sull’evento. 

Per questo adesso si apre la fase delle tattiche degli avvocati. I legali che rappresentano i subappaltatori stanno valutando l’ipotesi di un «sequestro preventivo» del padiglione, già agitato a inizio settembre per cercare di smuovere il muro contro muro. Di contro, gli avvocati dell’organizzazione russa sarebbero pronti a chiedere un arbitrato internazionale. I rappresentanti di Mosca hanno contestato che il palazzo è stato consegnato «incompiuto e difettato» e rifiutato di versare quasi un milione di euro. I costruttori italiani hanno giocato prima la carta della transazione privata, ma a giugno, in occasione della visita di Vladimir Putin a Expo, hanno portato il contenzioso alla ribalta. Una perizia tecnica, depositata al Tribunale di Milano, dà ragione agli italiani: il padiglione «appare eseguito a regola d’arte».

di Luca Zorloni