Maurizio Martina
Maurizio Martina

Milano, 11 ottobre 2015 - A settembre il caso sembrava archiviato: la trattativa sugli extracosti della costruzione di Padiglione Italia si era chiusa a 53 milioni di euro. Nei giorni scorsi, tuttavia, le lancette sono tornate indietro, a prima dell’intesa. Perché nel frattempo i costruttori hanno presentato le fatture di lavori aggiuntivi che sono stati commissionati dentro al palazzo nazionale dopo l’apertura. Si tratta di una cifra complessiva al di sotto dei 500mila euro, non conteggiata, però, nel consuntivo del precedente accordo, che aveva avuto il via libera dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). S

alta così la transazione tra Expo spa e Italiana Costruzioni, aggiudicatrice del maxi-appalto con il 24,4% sulla base d’asta. Tutto da rifare, prima di spedire il fascicolo all’Avvocatura di Stato per il sigillo finale. I tempi stringono. «La priorità è provare a chiudere le pendenze il prima possibile», avverte il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, che tuttavia puntualizza: «Non sono così ottimista di chiudere tutto il 31 ottobre. Possiamo chiudere qualcosa entro quella data e soprattutto avere in pista le soluzioni possibili». D’altronde, sulla scrivania del numero uno dell’Anticorruzione è tornato anche quel solo dossier che sembrava chiuso, Palazzo Italia per l’appunto. Si aggiunge alle transazioni sugli extracosti di via d’acqua sud e aree di servizio con Maltauro, piastra con Mantovania e rimozione delle interferenze con la Cooperativa muratori e cementisti (Cmc). «Abbiamo fatto una riunione sulla questione dei due appalti Maltauro – precisa Cantone –. Ci sono i due problemi della piastra e di Cmc su cui siamo un po’ più lontani». Per la via d’acqua sud, a fronte di una fattura da 13 milioni di euro a cui aggiungere gli extracosti, ci sarebbe un accordo di massima a chiudere sotto i dieci milioni. Gli uomini del commissario unico, Giuseppe Sala, avrebbero individuato anche una mediazione per le cifre da negoziare con Mantovani, che si era aggiudicata la costruzione dell’ossatura del sito (la piastra) con il 41,8% di sconto, e con Cmc, che per pulire i terreni (la rimozione delle interferenze) aveva offerto il 42% in meno degli altri concorrenti. Salvo poi ritoccare entrambe a rialzo i costi finali. L’incognita, ora, sono tempi e pareri dell’Avvocatura di Stato, che ha l’ultima parola sulle transazioni.

La grana degli extracosti ingombra le agende già fitte dei vertici di Expo spa: bisogna definire infatti la tabella di marcia del dopo-evento. Settimana prossima il commissario generale di Palazzo Italia, Diana Bracco, incontrerà Sala per valutare la proroga dell’apertura del padiglione nazionale. L’ipotesi è sempre più remota, non è contemplata dal piano di demolizione e presenta troppi ostacoli: dal collegamento con i mezzi pubblici agli sponsor che finanzierebbero l’iniziativa, dalla sicurezza del cantiere di demolizione (vi lavoreranno 3-4mila operai) all’accesso dei turisti. Altro punto interrogativo è il destino dell’Albero della vita. Sala lo candida a un parco divertimenti («ha senso solo se lo metti di fronte a decine di migliaia di persone») ma taglia netto sul trasloco in città: «Lo escludo». Infine, i lavoratori chiedono certezze sul loro futuro. Cgil Milano ha incassato l’appoggio del ministro delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, a mettere a punto un programma nazionale per i 25mila lavoratori legati all’Esposizione, visto che il 40% di questi arriva da fuori Lombardia. Nel frattempo i sindacati del settore interinale hanno spedito una lettera a Sala e alle istituzioni per ottenere un programma di ricollocazione esteso a tutti gli staff somministrati, circa cinquemila persone. Tra i padiglioni è partita una raccolta firme a sostegno del progetto.

di Luca Zorloni

luca.zorloni@ilgiorno.net