La felicità secondo Allevi: "Tredici globuli bianchi"

Il pianista racconta a seimila studenti come il mieloma ha cambiato la sua vita "Ho preso il comando di me stesso: guardare i fiori mentre cammini sull’inferno" .

La felicità secondo Allevi: "Tredici globuli bianchi"

La felicità secondo Allevi: "Tredici globuli bianchi"

"Tredici globuli bianchi. Una botta di felicità", racconta Giovanni Allevi, il pianista geniale, 55 anni da compiere il 9 aprile e gli ultimi due mangiati dal mieloma multiplo, un tumore raro del midollo osseo. Lo racconta a seimila studenti che riempiono il Forum di Assago per la Giornata della felicità. La sua passa attraverso "un piccolo viaggio nell’inferno", avverte, perché la carrellata d’immagini che l’ha introdotto, concerti, interviste, rappresenta la sua vita prima che "una malattia terribile spazzasse via tutto". E quello che vuol raccontare, "l’ultimo giorno della mia vita recente in cui sono stato immensamente felice", deve necessariamente esser preceduto dal resoconto di "alcune fasi di tipo medico". Tipo: "Mi dicono che devo fare una decina di punture sulla pancia". Servono a stimolare il midollo a produrre cellule staminali, che "sono una meraviglia, il futuro della medicina", ma "senti un dolore pazzesco. Ho letto che nell’antica Roma le persone destinate al comando dovevano avere tre doti: auctoritas, dignitas e gratia. Mi ha sorpreso la grazia. Ho fatto mie queste parole durante la malattia. Io sono una persona delicatissima e non riesco a dire agli altri cosa devono fare, come insegnante di scuola media ero un disastro, ma ho dovuto assumere il dominio su me stesso, mantenere lo sguardo dritto sui fiori mentre camminavo sull’inferno".

Un inferno che può concretizzarsi in una vicina di letto, "una bambina, avrà avuto sette anni e piangeva. Dio, perché permetti queste cose?", nella chemio coi suoi effetti collaterali, la perdita dei capelli: "Un bruciore, sono caduti tutti insieme come una parrucca. Mi sono ritrovato calvo, imbottito di oppioidi che mi davano la sensazione di avere la febbre a 39, dimagrito. Bastava lasciarmi andare e mi sarei spento. Mi ha dato forza il non voler dare un dolore ai miei familiari e poi la cultura". Poi l’infusione di staminali, l’"attesa snervante. Una mattina un giovane dottore entra senza tuta, guanti, mascherina. “Maestro, ha 13 globuli bianchi“. Rispondo che sono un po’ pochini, ma erano 13 per millimetro cubo. La bilancia iniziava a pendere di nuovo verso la vita. Vengo investito da una felicità allo stato puro. Mi è venuto addosso un treno, un grattacielo. Semplicemente perché ero vivo" e anche dopo, col ritorno alla normalità, "quel picco è rimasto alto. Una fascia compatta. La gioia di vivere".

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