Milano cerca un nuovo modello dopo la tragedia del Covid-19
Milano cerca un nuovo modello dopo la tragedia del Covid-19

Milano, 20 settembre 2020 - " Il modello Milano? Per me significa principalmente una modalità di governo della città basata sulla capacità di stimolare e supportare le straordinarie risorse di cui questa città dispone. Ma che come per tutte le cose vive deve essere continuamente rigenerato. In un momento difficile come questo, dovrebbe essere preservato e rilanciato con più forza perché è il modello migliore per affrontare le difficoltà e le opportunità di quella che sarà la Milano post-Covid19". Ezio Manzini è stato per molti anni professore al Politecnico. Si occupa di design per l’innovazione sociale e, su questa tema, ha fondato DESIS, una rete internazionale di scuole di design. Al centro del suo lavoro ci sono ricerche e progetti su come l’innovazione sociale abbia contribuito, e possa contribuire, alla rigenerazione urbana

Professor Manzini da dove deve ripartire Milano?
"Dovrebbe cominciare con il capitalizzare ciò che ha fatto, facendo emergere da qui una più chiara, forte e comprensibile visione della città verso cui si vorrebbe andare. In altre parole, il “modello Milano”, per me, dovrebbe produrre una visione della Milano che emergerà dalla sua applicazione. L’esigenza di questa visione d’insieme c’era anche prima del Covid19. Ma ora questa crisi l’ha molto accentuata. Non solo. La crisi sta anche dando delle indicazioni su ciò che questa visione dovrebbe dirci. E lo fa proponendo il tema della ri-distribuzione territoriale delle attività. Il lockdown ha mostrato infatti l’importanza di poter contare su un sistema di servizi distribuito sul territorio e su una socialità di vicinato".

Mo lte delle nostre attività si sono spostate dal fisico al digitale, lo smart working ha svuotato il centro della città, lasciando uffici vuoti. Il sindaco Sala è preoccupato...
"Il sindaco ha ragione di preoccuparsi per l’impatto che questi fenomeni avranno sul centro della città. Ma dovrebbe anche vedere le opportunità che emergono su altri piani e in altri quartieri. Per questi luoghi occorre certamente immaginare qualcosa che non può essere la riproposizione del modello urbano precedente. Per cui, per Milano e per tutte le città ad essa comparabili, la domanda è: come far evolvere i centri urbani colonizzati dagli uffici nell’epoca delle attività distribuite? Magari ripopolandoli di cittadini e attività residenziali. Si devono vedere anche le opportunità da questa redistribuzione sul territorio. L’aspetto più evidente e discusso di quanto sta accadendo è la potenziale riduzione del traffico: quanta meno congestione e inquinamento, e quanta più salute potrebbero derivare da un diffuso avvicinamento tra lavoro e abitazione? Ma non c’è solo questo: l’avvicinamento tra lavoro e abitazione comporta anche una straordinaria opportunità in termini di rigenerazione dei quartieri che, in questo modo si arricchiscono di presenze e di attività. A questo proposito, vorrei aggiungere un punto che mi pare importante: per muoversi in questa direzione occorre però che il lavoro a distanza, non diventi per tutti un “lavoro a casa”. Ma occorre che diventi invece un “lavoro vicino a casa”. Cioè un lavoro di quartiere".

L’architetto Stefano Boeri immagina una trasformazione di Milano in un arcipelago di borghi. Che ne pensa?
"Conosco bene Stefano Boeri e condivido molto di quello che propone. Io però questo richiamo ai borghi non lo farei. Rischia di far pensare ad un ritorno al passato. A una città costituita da quartieri ripiegati su sé stessi. Da parte mia, per parlare della città distribuita, preferisco usare, come per altro fa anche Boeri, l’espressione “la città dei quindici minuti”: una città che si offre come una piattaforma in cui tutto ciò che serve e tutto ciò che si deve fare quotidianamente sta a meno di 15 minuti a piedi da dove si abita. Questa espressione, che è stata adottata dalla sindaca di Parigi come bandiera della propria (vittoriosa) campagna elettorale, si basa su esperienze già avvenute in alcune città europee, come Barcellona e Copenaghen. L’idea della città dei quindici minuti, però, dà a queste esperienze una cornice comunicativa, un claim potente ed efficace: chiunque può intuirne il significato e riportarlo alla propria quotidianità".

Concretamente come si può fare?
"Collegando a misura di quartiere diversi programmi: gli asili, le scuole e i centri di assistenza sociosanitaria, prima di tutto. E poi: il verde, la dotazione di spazi pubblici e la mobilità. Ma anche le opportunità di lavoro: sia quelle portate dalla ridistribuzione territoriale dei lavoro online, di cui si è detto, sia quelle prodotte dalla rivitalizzazione di attività artigianali e industriali che ancora esistono nella città e il loro congiungimento che le nuove realtà dell’artigianato digitale. A Milano ci sono interessanti programmi attivi su ognuno di questi piani e ciascuno di loro, a mio, parere, ha la potenzialità di muovere la città nella direzione indicata. Ciò che andrebbe fatto è una loro maggior integrazione a livello locale. E il concetto di città dei 15 minuti, a mio parere, potrebbe esserne una guida per l’azione. E potrebbe anche essere parte della visione di città, un “modello MIlano“ rinnovato che potrà tornare attrattivo per i residenti e per nuovi e potenziali abitanti".