Ciclismo
Ciclismo

Milano, 21 ottobre 2018 - Ci siamo occupati diverse volte in questi ultimi mesi di sport malato, passando dal calcio all’atletica leggera. Con giovanissimi atleti “vittime” di un sistema marcio, in cui la dignità viene spesso calpestata da adulti senza scrupoli. Questa volta è il ciclismo a finire sotto i riflettori, ma potrebbe essere benissimo qualsiasi altro sport. Anche se il mondo delle due ruote è quello che fatica di più ad estirpare la malattia del doping. Questione di mentalità, ambizione, radicamento del fenomeno. O molto più semplicemente di pura ignoranza. L’intervista-denuncia che riportiamo ha contorni precisi per quanto riguarda l’età dell’atleta coscientemente dopato da un genitore scellerato. Altri coetanei del ragazzino si sono lasciati convincere e puntualmente sono stati trovati positivi ai test, imbottiti di pericolosi anabolizzanti. Ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, di chi ha preferito ribellarsi prima piuttosto che vergognarsi dopo. E il suo sfogo deve essere una lezione per tutti. 

«No papà, così non ci sto più, mollo la bicicletta e torno a giocare con i miei amici». Luca (nome di fantasia), classe 2002, aveva poco meno di 15 anni quando, in un pomeriggio di primavera, scoppiò in lacrime e decise di abbandonare la sua grande passione, il ciclismo. Che per lui, con i poster di Nibali e Froome in camera, doveva essere un divertimento e basta. Il genitore gli aveva appena prospettato di ricorrere ad un’autoemotrasfusione per migliorare le prestazioni. Ovvero, togliersi il sangue (più ricco di ossigeno) dopo alcuni allenamenti in altitudine per poi rimetterselo prima di qualche appuntamento agonistico, visto che Luca stava per debuttare nella categoria Allievi. «Non accettai, perché mi venne in mente il doping. Perché almeno a noi ragazzi bisogna dare il diritto di perdere... Mio padre non lo capiva, anzi diceva: “Devi preoccuparti ora di essere competitivo, non quando diventerai professionista”. Quel ritornello lo ripeteva spesso, ma pensavo fosse un invito a svolgere una vita sana, tutta scuola, allenamenti e casa. E invece andava oltre...». Purtroppo sono tanti i genitori ambiziosi, quelli che con l’aiuto di dirigenti e medici senza scrupoli favoriscono pratiche illegali. Per questo Luca ha accettato di incontrarci e rompere il muro dell’omertà, «perché ai miei coetanei ho sempre detto che non bisogna vincere a tutti i costi, ma solo se lo meriti...».

Passo indietro. Il ragazzino era stato “vaccinato“ sin dai piccolo ai raggi delle due ruote, pedalando nella quiete della Brianza lecchese. A dieci anni il papà lo aveva tesserato in una società locale, così cominciarono le prime “sfide” fra giovanissimi (7-12 anni): giochi e prove di abilità, piccole gioie che già facevano sognare genitori e parenti. «Mio padre e mio zio mi davano consigli, io mi divertivo», racconta Luca. Poi a 12 anni il passaggio fra gli Esordienti, con le prime gare su distanze di una trentina di chilometri. Il ragazzino cresceva in fretta agli occhi di quel papà che però non si accontentava di vederlo felice. Lo voleva vincente.

«A quell'età sei poco più di un bambino ma devi comunque allenarti bene – spiega –, perché la fatica nelle gare si fa sentire, pure in quelle in cui si corre per un piccolo premio». Quella parolina, premio, diventa devastante. Soprattutto nella mente di ambiziosi papà. «Nelle prime gare si vincevano premi in “natura”, come i tablet. Però erano previsti pure soldi, pochini. Ci sono tabelle che fissano premi in denaro per i primi dieci o venti di una gara, cui aggiungere altri premi durante la corsa. Succede nei circuiti paesani, dove i ragazzi di casa sono disposti a tutto pur di fare bella figura davanti allo speaker che urla il loro nome. E poi ci sono i rimborsi spese, ma su quelli trattano i genitori con le società. A me dei soldi non importava nulla, ma mio padre diceva: “Ragazzo, il tuo scopo è guadagnare i soldi, in fretta”. In realtà era il suo scopo».

Già, perché quando sei un giovane ciclista puoi intascare pochi spiccioli solo se partecipi (da tesserato) a qualche corsa, provinciale o regionale. Ovviamente deve puntare a piazzarti bene in classifica per poter intascare qualcosa, a parte una medaglia di partecipazione che non si nega a nessuno. A Luca bastavano pure i 6 euro del decimo posto, per incrementare la “paghetta” settimanale. Al suo papà no. «All’inizio non capivo, mio padre mi dava delle pasticche dicendo che mi avrebbero dato più energia. “Sono vitamine, tranquillo”. Io pensavo bastassero i consigli del medico.

Una volta il papà di un mio compagno chiese al medico: “Vorrei del ferro per mio figlio”. Il dottore sorrise e ripose: “Gli dia una zuppa di lenticchie”. Ne parlai con altri ragazzi più grandi, loro scherzavano: “Mi raccomando, non salare troppo la zuppa...”. Non capivo, poi mi hanno spiegato che era un modo per dire doparsi. Così pensai alle pasticchette datemi da mio padre... e cominciai ad avere dei dubbi». Fino alle trasfusioni. «Quando papà mi chiese di togliermi il sangue spiegandomi che lo avrebbero rimesso qualche mese dopo per aumentare le mie prestazioni mi sono spaventato. E ho lasciato. Pentito? No, orgoglioso di ciò che ho fatto, anche se mio padre continua a ripetermi che ho buttato all’aria la carriera».