Un driver di Deliveroo
Un driver di Deliveroo

Milano, 15 marzo 2016 Li vediamo ogni giorno, in sella alla bici o a bordo di uno scooter, trasportare per la città pizze e hamburger, sushi e pasta. Nelle loro gambe – ma dipende dalla loro disponibilità e dagli ordini di giornata – anche una ventina di chilometri al giorno. Per una decina di euro lordi all’ora. Sono i «driver», i fattorini in divisa delle principali imprese di food delivery, che dai tempi dell’Expo in poi stanno spopolando per le strade cittadine. Difficile quantificare i pony express del cibo, così come i servizi di consegna a domicilio che, lanciati o gestiti in Italia da giovani startupper o imprenditori dall’esperienza internazionale, hanno conquistato la platea meneghina. Servizio a casa: secondo la Camera di Commercio sono 117 le imprese della ristorazione milanese “dichiarate’’. Molto più indietro, per una volta, rispetto a Roma (173) e Napoli (374). Ma tra queste ci sono anche Just Eat e Bacchetteforchette, Deliveroo e Foodora, Foodinho e MyFood, con le loro centinaia di ristoranti partner. E la new entry Quomi, che fornisce ingredienti per un menu a scelta invece del piatto. Il capoluogo lombardo è la vera capitale del food delivery.

Un servizio mobile – e ordinabile da mobile o sul web – che ha un target «dai 21 ai 44 anni, secondo i dati forniti da Google Analytics, cioè da chi visita il sito», spiegano da Foodora, marchio bavarese a Milano da fine estate 2015. I numeri dei clienti e delle consegne sono sempre «top secret». Sia perché crescono esponenzialmente, «del 25% alla settimana», racconta Matteo Sarzana, general manager di Deliveroo Italia (origine londinese), sul mercato milanese da novembre, sia perché ai concorrenti meno si svela, meglio è. Ci sono i numeri dei fattorini: 300 tra Milano e Torino per Foodora, così come in città per Deliveroo. La danese Just Eat, invece, sbarcata sulla piazza meneghina ben prima dell’Expo, nel 2011, rilevando Clicca e Mangia, si affida a un partner specializzato: Pony Zero.

«Una flotta variabile in base agli ordini e ai periodi dell’anno», spiega Daniele Contini, country manager. Ma come vengono scelti i ragazzi? «Devono compilare l’application – spiegano Matteo Lentini e Gianluca Cocco, country manager di Foodora – poi selezioniamo i candidati tramite colloquio. Le loro competenze e disponibilità giornaliere e settimanali. Le nostre richieste. Se conoscono la città e la lingua inglese». Selezioni simili anche a Deliveroo. «Poi la prima consegna in compagnia di un driver esperto», dice Sarzana di Deliveroo. Quindi si comincia. Massimo 4-5 ore al dì. Anche 10-20 chilometri al giorno. Pure sugli stipendi acqua in bocca. Ma chiedendo a qualche driver delle decine di compagnie di passaggio per strada qualcuno si sbottona: «7 euro nette»; «10 euro lordi l’ora». Prevalentemente sono studenti universitari. Tempi di consegna dai 30 ai 40 minuti. «Una volta indicata l’ora per l’ordine – dice Contini – i ristoranti possono accettare il tempo indicato o ritardarlo. E avvertiamo subito il cliente». 

Ma quali sono i menu più richiesti? Per Just Eat (500 ristoranti serviti in Italia), «pizza, sushi, hamburger, cinese, italiano. Poi l’indiano». Foodora (331 ristoranti in lista a Milano) indica: pizza gourmet (per 1/4 degli ordini), hamburger gourmet (1/3), sushi e «veggie». Si paga online. Le mance pure. Just Eat prevede invece anche l’opzione contanti. Deliveroo (350 ristoranti in città) prevede una classifica settimanale dei migliori e peggiori fattorini. A dicembre «una competition interna: chi vince si aggiudica una bici di marca o un anno di assicurazione al motorino gratis», spiega Sarzana. Il mezzo è a carico del dipendente. Abbigliamento e gadget del service. Ora si entra nel futuro. «Ci siamo allargati ai ristoranti di altissima qualità – dicono Lentini e Cocco – e partiremo con un tour rivolto ai foodies, gli influencer del settore. Cambieremo sede, ma non lontana dall’attuale, in pieno centro. Con uno spazio driver più ampio». Deliveroo ha pronta «l’app per per Android». E una nuova sede a Roma. Just Eat una nuova versione del sito. «Più responsive».

di LUCA SALVI