POTREBBE ESSERE la metafora perfetta dell’Italia, quella che giocando in contropiede trasforma la necessità in virtù o, meglio, gli scarti in ricchezza. In questo caso l’oggetto è il legno, e il protagonista il gruppo Saviola, che del legno è il primo riciclatore al mondo. Anzi, tecnicamente non si tratta di ‘re-cycling’ ma di ‘up-cycling’, perché il processo di recupero in questo caso non è solo di trasformazione, ma crea valore nuovo, aggiuntivo, dove prima non c’era. Nell’Italia del secondo Dopoguerra, nel piccolo paesino di Viadana, vicino Mantova, vive Mauro Saviola, adolescente tenace che non ce la fa a...

POTREBBE ESSERE la metafora perfetta dell’Italia, quella che giocando in contropiede trasforma la necessità in virtù o, meglio, gli scarti in ricchezza. In questo caso l’oggetto è il legno, e il protagonista il gruppo Saviola, che del legno è il primo riciclatore al mondo. Anzi, tecnicamente non si tratta di ‘re-cycling’ ma di ‘up-cycling’, perché il processo di recupero in questo caso non è solo di trasformazione, ma crea valore nuovo, aggiuntivo, dove prima non c’era. Nell’Italia del secondo Dopoguerra, nel piccolo paesino di Viadana, vicino Mantova, vive Mauro Saviola, adolescente tenace che non ce la fa a stare con le mani in mano. E che, soprattutto, ama in modo smisurato il legno. Nelle sue terre ne vede molto in giro, spesso buttato, dimenticato, sprecato. E allora insieme al fratello Angelo decide di raccoglierlo e riutilizzarlo, provando a dargli nuova vita. Così il 30 luglio del 1963 – quando Mauro ha 25 anni – viene realizzato il primo pannello truciolare, quello che diventerà ecologico negli anni Novanta poiché prodotto con quel legno che viene definito post consumo.

"Facciamo economia circolare da prima che questa avesse un nome", dicono in quello che oggi è il gruppo Saviola, 600 milioni di ricavi nel 2019. Insomma, da prima che il riciclo andasse di moda. Tuttavia, già negli anni Settanta e Ottanta l’azienda ha sviluppato investimenti in ricerca chimica (per resine e colle ureiche), nei processi produttivi, nella composizione di materiali, nella fornitura di materia prima alle case di arredamento. Prima Scavolini, oggi Ikea. Così oggi conta 14 stabilimenti in Italia e all’estero, circa 1.500 lavoratori, e una crescita costante annua intorno al 5% realizzata in un territorio come quello italiano dove non c’è una grande disponibilità di legno. Così alla Saviola sono riusciti a trasformare residui, che sarebbero finiti bruciati, in ricchezza. E poi da mobili, cucine, da tutto ciò che è possibile, salvano anche rame, plastica, alluminio e ogni materiale utile per altre filiere che rigenerano questi materiali. "Ora va molto di moda, ma negli anni Ottanta era difficile far capire al mercato il valore del riciclo. Mio padre Mauro è scomparso nel 2009, ma noi cerchiamo di portare avanti la sua filosofia", dice il figlio Alessandro, ora presidente del gruppo. "Non usiamo mai legno vergine e così facendo salviamo 2,8 milioni di alberi in un anno, 10 mila al giorno. Per dare l’idea, un territorio grande quanto l’intero Comune di Roma".

Alessandro Saviola (nella foto sopra) ci tiene a sfatare la radicata convinzione che fare ecologia significhi spendere di più: "Anzi – sottolinea – l’economia non è in contrasto con l’ambiente. La coscienza ecologica dei consumatori, specie i più giovani, si è rafforzata negli ultimi anni e noi veniamo premiati dal mercato". Insomma, dal 1963 si definiscono ‘Eco-Ethical Company’ e, pur non essendo quotati, pochi mesi fa hanno presentato il primo bilancio di sostenibilità. "Non ci serve per facilitare l’accesso al credito – spiega il presidente del gruppo – ma perché l’azienda oltre a produrre ricchezza deve avere un ruolo sociale".