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11 ago 2016

Festival Locarno, la vita di Angelo nel film “La natura delle cose”

Il prezioso documentario di Laura Viezzoli “La natura delle cose”, prodotto da Milano Film Network e presentato ieri fuori concorso a Locarno

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Locarno, 11 agosto 2016 - Nel prezioso documentario di Laura ViezzoliLa natura delle cose”, prodotto da Milano Film Network e presentato ieri fuori concorso a Locarno (replica domani alle 16.15) si entra subito in “medias res". Con gli occhi, il solo organo mobile, il protagonista batte in “eyetracking” le lettere sul computer, una a una per raccontare la sua storia: «Mi chiamo Angelo Santagostino e ho due figli, Sara e Matteo. Sono loro i facilitatori della mia esistenza. Puoi capirlo?». Più volte, tra ricordi dell’amatissima moglie scomparsa e degli anni di studi in teologia e filosofia (fu prete e poi, innamorato, si sposò), si rivolge senza scrupoli alla regista. Nessuna compassione, ma neanche servire il film, se questo significa soffrire: «Sì mi piaceva il whisky, ma non parlarmene mai più, se lo ricordo sento il sapore, se vuoi continuare non parlarmi mai di cose tridimensionali, il mio mondo è bidimensionale, altrimenti non tornare più». Proprio un montaggio analogico, sensibile e poetico mette in relazione l’inappartenenza del corpo di Angelo alla assenza di gravità, in bellissime sequenze prelevate dalla storia delle imprese astronautiche alternate alle scene di vita quotidiana in casa, col bellissimo racconto (la voce è di Roberto Citran) di un’alba goduta improvvisamente una mattina da una finestra aperta.

«Ho incontrato Angelo Santagostino per la prima volta nel luglio 2013 - dice l’autrice - quando era già gravemente malato di Sla. Un corpo completamente immobile, se non per gli occhi, così intelligenti, vivaci e desiderosi di comunicare. Lettera dopo lettera, il suo pensiero prendeva corpo grazie al puntatore oculare. La Sla si tocca e si vede in tutta la sua crudeltà in pochi ma scultorei momenti, per dimenticarla di volta in volta nel dialogo che diventa un altrove, la dimensione dell’incontro e dell’esplorazione. Angelo diventa uomo a tutto tondo nel dialogo, bastano poche battute per dimenticare la Sla e lasciarsi trasportare in un altrove ampio, vasto e vivace. Nel confronto dialettico Angelo non è il malato di cui avere pietà ma è l’astronauta in missione che esplora i limiti dell’umano. Una dimensione potente e affascinante, che permette di vedere oltre l’esteriore immobilità della malattia e di toccare la bellezza interiore del protagonista».

Una lettera, verso la fine, stabilisce le regole a cui devono attenersi i figli nel caso di infezione. Angelo rifiuta l’accanimento terapeutico e dà disposizioni sui farmaci che vuole e non vuole assumere (il film è stato fatto col sostegno della famiglia Welby). Il suo stato di coscienza diventa una tracciato materico nella sabbia della vita. I suoi brevi ricordi, dall’incontro con la moglie a quel maledetto giorno (nel 2008, a 65 anni) quando in montagna incominciò il tremore alle gambe, richiamano al giudizio la nostra sana normalità, giudizio morale sul bene dell’esistenza. “La natura della cose” è forse un film inevitabile. Tocca lo sfondo dell’impermanenza delle cose, ci designa in un destino, quando crediamo di essere immortali. E fa brillare la stupidità umana. Ci ricorda la vita. Prima di tutto, “una” vita. 

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