Eros Ramazzotti
Eros Ramazzotti

Milano, 5 marzo 2019 - “Siamo italiani e dobbiamo portare per il mondo la nostra italianità”, dice Eros Ramazzotti parlando del “Vita Ce N’è World Tour” che lo porta questa sera ad Assago per il primo dei quattro concerti che lo vedranno impegnato sul palcoscenico del Forum pure domani, venerdì e sabato. Il countdown scandito dalla mega installazione sui Navigli con la copertina di questa sua quattordicesima fatica discografica è, infatti, terminato. E il ragazzo nato ai bordi di periferia torna con uno spettacolo in bilico tra la stessa “Vita ce n’è” e “Più bella cosa”, tra “Per il resto tutto bene” e “Musica è”, senza rinunciare all’ambientalismo militante di filmati sulle emergenze del pianeta. In scena, ai piedi di un gigantesco schermo calpestabile convesso, una band di otto elementi alle dipendenze dell’irrinunciabile Luca Scarpa, trascinata dalla debordante ritmica dell’americano Eric Moore alla batteria, dal basso di Paolo Costa e dalla chitarra di Giorgio Secco. Onnipresente il sax di Scott Paddock.

Lo spettacolo l’avete provato il mese scorso al Palabam di Mantova e portato al debutto all’Olympiahalle di Monaco.

«Già. È uno dei tour più lunghi che abbia mai progettato. Sono partito da Monaco perché con la Germania c’è un rapporto consolidato. Ricordo ancora la volta in cui cantai “Terra promessa” allo zoo di Monaco di Baviera, vicino alle giraffe e ai leoni. Poi fui invitato a Rock Am Ring al Nurburgring, davanti a 90mila persone, e le cose cambiarono. In Italia come all’estero, infatti, ho “tarellato”, come si dice a Milano. Ci ho dato dentro».

Le fa ancora impressione sentire cantare le sue canzoni dall’altra part del mondo?

«Sì, forse addirittura più di prima, perché il tempo passa e in questo momento c’è tanta musica in giro, tanta concorrenza, e con il web chiunque può fare un disco e avere successo. Adesso è più difficile entrare nei cuori della gente, anche se poi una carriera lunga e un lavoro fatto bene portano a essere riconosciuti e apprezzati nel mondo».

Lei come ha fatto?

«Non mi sono mai chiuso nel mio successo. E nel rapportarmi con gli altri, soprattutto all’estero, ho cercato di correggere certi nostri vizi italiani. Viviamo, infatti, in un paese meraviglioso, ma come popolo a volte non siamo all’altezza della bellezza che ci circonda».

Perché da qualche tempo la canzone italiana, salvo pochissime eccezioni, fatica a ricavarsi spazi all’estero?

«Penso che la colpa sia di un appiattimento generale del mercato. Fenomeni come Calcutta o Ghali meritano rispetto. Ma non so se hanno le potenzialità per andare all’estero. I miei erano altri tempi. Oggi manca la riconoscibilità, il marchio. Se sei italiano, devi fare l’italiano, perché di artisti che imitano gli americani ne hanno, bravi, in Francia come in Germania. Vasco, che è il più grande artista italiano degli ultimi quarant’anni, difficilmente potrebbe incontrare i gusti di un pubblico internazionale, nonostante la particolare voce che ha e le bellissime canzoni che ha scritto».

Come si rapporta con la popolarità?

«Da privilegiato. Anche se quando vedo la mia faccia sui muri o sulle fiancate dei tram, “mi vergogno”. Non sono abituato alla gente che mi ferma per strada. Io il mio salto tra l’essere nessuno e diventare qualcuno, l’ho fatto in una notte. Ed è stata tosta. Avrei voluto una vita normale, ma fin da ragazzo ho capito che non sarebbe stato così. E che non lo sarà mai».