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19 mag 2021
19 mag 2021

Chi è Renato Vallanzasca, una carriera criminale tra omicidi e fughe

Le malefatte del bel René iniziano  otto anni quando, con un compagno cerca di far uscire da una gabbia la tigre di un circo

19 mag 2021
Renato Vallanzasca al suo rientro nel carcere di Bollate, 08 marzo 2010.  ANSA/MILO SCIAKY
Renato Vallanzasca nel carcere di Bollate
Renato Vallanzasca al suo rientro nel carcere di Bollate, 08 marzo 2010.  ANSA/MILO SCIAKY
Renato Vallanzasca nel carcere di Bollate

 Renato Vallanzasca, 71 anni, 4 ergastoli, 295 anni di reclusione. Questo in breve l’identikit del ‘bandito della Comasina’, a cui oggi la Cassazione ha negato di poter accedere alla liberta’ condizionale o alla semiliberta’. La ‘carriera’ del ‘bel Rene’’ inizia gia’ dall’infanzia, quando a otto anni, con un compagno cerca di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone proprio nelle vicinanze di casa sua. Il giorno successivo Vallanzasca viene prelevato dalla polizia e portato al carcere minorile Beccaria. 

L'adolescenza al Giambellino

Durante l’adolescenza nel quartiere del Giambellino forma una banda di piccoli delinquenti dediti a furti e taccheggi. Da li’ inizia la sua ‘ascesa’ criminale, diventando protagonista delle cronache del tempo con la Banda della Comasina che si contrapponeva alla gang di Francis Turatello. In poco tempo, grazie ai furti e alle rapine, Vallanzasca accumula ingenti ricchezze e inizia a condurre e ad ostentare un tenore di vita molto sfarzoso. Nel 1972 avviene il primo arresto, dopo una rapina a un supermercato. 

Il primo tour a San Vittore

A San Vittore trascorre 4 anni e mezzo, rendendosi protagonista di vari tentativi d’evasione. Cambia ben 36 penitenziari a seguito di risse, pestaggi, sommosse. Riesce a contrarre volontariamente l’epatite, a farsi ricoverare in ospedale e da li’ a evadere nel 1976. Una volta fuori ricostituisce la banda e con essa mette a segno una settantina di rapine a mano armata che lasciano dietro di se’ anche una lunga scia di omicidi, tra cui si contano quelli di quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. 

Dalle rapine ai sequestri

Nel medesimo periodo avviene inoltre un’ulteriore evoluzione nell’attivita’ criminale del gruppo, con il passaggio dall’esecuzione delle sole rapine a quello dei sequestri di persona (saranno quattro, di cui due mai denunciati). Una delle sue vittime e’ Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, liberata dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo di lire. A questo episodio criminoso, il 6 febbraio 1977, fa seguito l’uccisione di due uomini della polizia stradale che, in un posto di blocco ad un casello autostradale nei pressi di Dalmine, fermano per un controllo la sua auto. 

Il matrimonio in carcere

Vallanzasca ferito e braccato cerca rifugio a Roma, ma dopo pochi giorni viene rintracciato e catturato. Una volta in carcere, decide di sposarsi nel 1979 con Giuliana Brusa, una delle tante ammiratrici che gli scrivono. Come suo testimone di nozze, durante il matrimonio, decide di avere il criminale del clan dei Marsigliesi Albert Bergamelli e come “compare di anelli” proprio l’ex nemico Francis Turatello. Nell’aprile del 1980 evade rocambolescamente da San Vittore prendendo in ostaggio un brigadiere e scappando nei tunnel della metropolitana di Milano, dove poi viene ricatturato. 

Il detenuto decapitato

Nel 1981, nella prigione di Novara, Vallanzasca uccide un ex membro della sua banda, Massimo Loi, accusato di essere una spia e infierisce sul cadavere fino a staccargli la testa. Circostanze pero’ sempre negate dal bandito. Nel 1983 fu accusato da alcuni pentiti di far parte della Nuova camorra organizzata. Processato insieme a Enzo Tortora, fu assolto. E’ del 1987 l’evasione forse piu’ famosa, attraverso un oblo’ del traghetto che da Genova avrebbe dovuto portarlo in Sardegna, destinato al carcere di Nuoro. 

La richiesta di grazia

Ad agosto, dopo 20 giorni di liberta’ viene fermato a un posto di blocco a Grado. Tenta di fuggire ancora nel 1995 da Nuoro, un fatto per cui viene sospettata la sua legale. Dal 1999 e’ rinchiuso nella sezione dell’alta sicurezza del carcere di Voghera.  Nel 2005, dopo aver usufruito di un permesso speciale di tre ore per incontrare l’anziana madre, ha formalizzato la richiesta di grazia, inviando una lettera al ministro di Grazia e Giustizia e al magistrato di sorveglianza di Pavia. 

La lettera della madre

Nel luglio del 2006 la madre scrive al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e al ministro della Giustizia Mastella chiedendo la grazia per il figlio. Il 15 settembre 2007 gli viene notificata la mancata concessione della grazia da parte del Capo dello Stato: Vallanzasca continuera’ quindi a scontare la sua pena nel Carcere di Opera a Milano. A partire dal marzo 2010 Vallanzasca puo’ usufruire del beneficio del lavoro esterno. Gli viene concesso di uscire dal carcere alle 7.30 per lavorare, e rientrarvi alle 19. Ha prestato servizio in una pelletteria e ha lavorato in un negozio di abbigliamento a Sarnico in provincia di Bergamo. 

Gli incontri segreti con una donna

Il 30 maggio 2011 il Tribunale di Milano ha sospeso Vallanzasca dal beneficio del lavoro esterno perche’ l’ex bandito violava le regole di utilizzo del beneficio, in particolare per incontrarsi segretamente con una donna. Nel febbraio 2012 ha riottenuto il beneficio di poter lavorare all’esterno del carcere, come magazziniere, ma ad agosto gli viene revocato nuovamente. Nel 2014, durante il regime di semiliberta’ concessogli dal carcere di Bollate, tenta di rubare delle mutande in un supermercato di Milano; arrestato dai carabinieri, viene processato per direttissima per il reato di rapina impropria. Per questo fatto il 14 novembre seguente viene condannato a 10 mesi di reclusione. 

Il no del Tribunale di Sorveglianza

Nel 2018 il Tribunale di Sorveglianza di Milano respinge le richieste di liberazione condizionale o di semiliberta’. Renato Vallanzasca dovra’ rimanere in cella a scontare la pena senza alcun beneficio, perche’ non ha mai “chiesto perdono”, ne’ risarcito i familiari delle vittime “o posto in essere condotte comunque indicative di una sua effettiva e totale presa di distanza dal vissuto criminale”. La pronuncia e’ stata reiterata lo scorso giugno sempre dal Tribunale di Sorveglianza, e ora confermata dalla Cassazione.  

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