Gruppo di lavoro del Mario Negri di Bergamo
Gruppo di lavoro del Mario Negri di Bergamo

Bergamo, 23 gennaio 2021 – Tampone positivo, debolmente positivo; paziente sintomatico, paucisintomatico. Da undici mesi il lessico della pandemia è uscito da studi medici e laboratori ed è diventato di tutti. Ma se è vero, per citare Nanni Moretti, che "le parole sono importanti", diventa ancora più vero e fondamentale in campo scientifico perché le conseguenze possono essere enormi. Lo sanno bene all'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, che dall'inizio della pandemia e soprattutto nella sua sede bergamasca, al centro della tempesta perfetta della prima ondata, lavora anche sul Sars-CoV2. Uno degli ultimi filoni di ricerca è relativo proprio alla qualifica dei tamponi, partendo da una domanda: ma "tampone positivo" vuol dire contagio?

Ariela Benigni

"Ci siamo accorti che non tutti i tamponi positivi sono uguali", spiega la dottoressa Ariela Benigni, che coordina le ricerche delle sedi di Bergamo e Ranica, dove l'80 per cento del personale è donna. Per semplificare, un "tampone positivo è il mezzo attraverso cui capiamo se una persona ha il virus nelle prime vie aeree. Per scoprirlo, in laboratorio amplifichiamo il materiale genetico del virus presente nel tampone". Ci sono quindi tamponi per cui bastano pochi cicli di amplificazione perché la carica virale è già di per sé alta, mentre altri per i quali servono diversi cicli di amplificazione perché il materiale genetico del virus è scarso. "Sono i casi in cui il tampone è sì positivo, ma la carica virale è bassa".

Partendo da qui, la domanda è venuta spontanea: ma chi ha carica virale bassa, può infettare? E qual è il limite soglia, al di sotto del quale non si è contagiosi? Il team di ricercatori guidato dalla dottoressa Susanna Tomasoni ha messo a punto un test, ancora in fase di studio ma già illustrato in letteratura, proprio per arrivare a questa risposta. "E' chiaro che diventa molto importante – prosegue Benigni – perché tutti desideriamo tornare a una vita normale. Sarà determinante soprattutto in quei casi di persone che si sono già ammalate e che, anche dopo la guarigione continuano ad avere il tampone positivo". Mettendo a contatto il materiale del tampone con cellule coltivate in laboratorio, i ricercatori hanno scoperto che molti tamponi positivi non erano in grado di infettare le cellule perché la carica virale era bassa. "L'obiettivo ora è capire, di fronte a un ampio spettro di positività, qual è la soglia necessaria perché la persona sia infettiva". In parole povere, al di sopra di quanti cicli di amplificazione il tampone segnala una persona che è positiva ma non contagiosa?

La risposta non è ancora a portata di mano, "ma siamo a buon punto. Il test è pronto, ora bisogna studiare tanti tamponi per arrivare a un range significativo di cicli di amplificazione che dia una certezza sulla contagiosità o meno. La stessa Asst Bergamo Est ci ha chiesto di continuare a processarli e così abbiamo materiale da analizzare. La ricerca deve andare oltre il mero dato, deve interpretarlo. Secondo noi l'esito di questo lavoro sarà una novità importante che andrà a cambiare molte cose". Ma attenzione, "la nostra non vuole essere una critica al sistema, i laboratori che processano i tamponi hanno i propri criteri di 'positività' e finora non c'è stato il tempo di uniformare i parametri, molto dipende dal metodo che si usa e dai reagenti. E' fondamentale trovare uno standard da applicare poi a tutti".