Attilio Fontana, presidente leghista della Regione Lombardia
Attilio Fontana, presidente leghista della Regione Lombardia

Milano, 20 ottobre 2020 - Tre ore di confronto serrato, com’era prevedibile e inevitabile se si considerano l’importanza del tema, i malumori originatisi domenica sera dopo la conferenza stampa del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il numero dei partecipanti all’incontro e, non ultime, le proiezioni sull’aumento dei ricoveri in terapia intensiva elaborate dalla direzione generale dell’assessorato regionale al Welfare. Ma alla fine di quelle tre ore ci si è attestati sull’unica proposta capace di mettere d’accordo tutti, quella coincidente con una parola che solo venerdì sembrava vietato proferire: coprifuoco.  Il riferimento, se non si fosse capito, è all’incontro tenutosi dalle 16 alle 19 di ieri a Palazzo Lombardia per capire se e come dovesse essere rimodulata l’ordinanza varata venerdì sera dalla Regione alla luce del decreto invece varato dal Governo nella notta tra domenica e lunedì. L’incontro al quale hanno preso parte il governatore lombardo Attilio Fontana, i sindaci delle città capoluogo, a partire da Giuseppe Sala, primo cittadino di Milano, il presidente lombardo dell’Associazione Nazionale dei Comuni, Mauro Guerra, e i capigruppo dei partiti che siedono in Consiglio regionale, compresi quelli di minoranza.

L’incontro dal quale è infine emersa la richiesta al Governo di condividere e adottare misure più restrittive per il contenimento del contagio da Coronavirus e, nel dettaglio, il divieto di ogni spostamento dalle 23 alle 5, eccezion fatta per gli spostamenti «dovuti a motivi di salute, di lavoro e di comprovata necessità», la chiusura di ogni attività, sempre nella stessa fascia oraria, e, infine, la chiusura dei centri commerciali al sabato e alla domenica, eccezion fatta per quelle attività che, sebbene ospitati all’interno dei centri commerciali, vendono generi alimentari e beni di prima necessità. Un coprifuoco, appunto. Perché se è vero che l’ordinanza varata venerdì prevedeva che i locali stessero aperti fino alle 24, quindi solo un’ora di più, è altrettanto vero che non contemplava alcun divieto di spostamento in alcuna fascia oraria. Né erano previste restrizioni per i centri commerciali nel weekend. 

Perché si è arrivati, allora, all’ulteriore stretta? Più di tutto ha pesato lo scenario delineato dalla direzione generale dell’assessorato regionale al Welfare: «Una proposta – quella qui menzionata – che nasce dalla rapida evoluzione della curva epidemiologica e dalla previsione della “Commissione indicatori“ istituita dalla direzione generale del Welfare, secondo cui, al 31 ottobre, potrebbero esserci circa 600 ricoverati in terapia intensiva e fino a 4.000 in terapia non intensiva». Numeri che, ovviamente, metterebbero sotto pressione gli ospedali lombardi. Come noto, infatti, i posti letto Covid già attivati nei 18 ospedali dedicati sono 1.150 (150 in terapia intensiva, 400 in terapia subintensiva e mille nei reparti), ai quali si aggiungeranno, se si dovesse raggiungere il 151esimo ricovero in intensiva, i posti letto disponibili nei padiglioni fieristici di Milano e Bergamo. Qui sono disponibili 250 letti di terapia intensiva. Infine, i 1.400 posti letto per i sub-acuti attivati nei giorni scorsi negli ospedali non dedicati al Covid attraverso una riorganizzazione dei reparti. A preoccupare, sia pur a fronte di questa disponibilità di posti, è la velocità con i quali aumentano i contagi e la maggior parte dei letti oggi occupati in terapia intensiva sono, in alcuni casi tra i quali quello di Milano, occupati da pazienti intubati. 

Detto del perché si è arrivati alla strette, ecco il come. La proposta inviata al Governo e sulla quale già ieri sera è arrivato l’ok del ministro alla Salute, Roberto Speranza, è quella sulla quale si è potuto ottenere il consenso di tutti i partecipanti all’incontro, oltre che dello stesso ministro. Altre, però, erano state messe sul tavolo. E più restrittive. Ma queste sono incappate nell’opposizione dei sindaci delle aree attualmente meno colpite dal Coronavirus: da Bergamo a Sondrio, da Brescia a Mantova. Ad un certo punto è stato quindi proposta che misure più dure fossero prese solo per le province dove attualmente si conta il maggior numero di contagi, a partire proprio da Milano e hinterland. Ma si è poi valutato che un coprifuoco limitato all’area metropolitana milanese fosse misura blanda in questa fase dell’emergenza sanitaria e fosse pure aggirabile, nel senso che – quanto alla movida, ad esempio – avrebbe potuto innescare un travaso di avventori dai locali di Milano a quelli delle province confinanti. Anche da qui la scelta di attestarsi su misure meno restrittive rispetto ad altre messe ieri sul tavolo ma che avessero validità in tutta la Lombardia. Una scelta nel frattempo concordata, elemento non proprio econdario, col ministro alla Salute, Roberto Speranza, che non a caso, ad un’ora dalla conclusione dell’incontro ha dichiarato: «Sono d’accordo sull’ipotesi di misure più restrittive in Lombardia. Ho sentito il presidente Fontana e il sindaco Sala e lavoreremo assieme in tal senso nelle prossime ore». Già, le nuove misure dovrebbero entrare in vigore da dopodomani, da giovedìm 22 ottobre.

mail giambattista.anastasio@ilgiorno.net