Il tema SuperLeague (chiamiamola col suo vero nome l’ultima idea “partorita“ da 12 genitori, rassicurando tutti che la creatura sta bene e pesa appena qualche miliardo di euro ) è molto complicato e ogni opinione è legittima. Ma a “caldo“, sentendo gli umori dei tifosi da una parte e di alcuni (non tutti) addetti lavori dall’altra, la sensazione è che si confrontino l’ideologia di chi considera il calcio sport popolare e democratico  contro chi lo considera spettacolo puro con regole esclusivamente mercantilistiche e legate alla parola business. Incassi. Fiumi di denaro.
Ci perdonino Florentino Perez e Andrea Agnelli, due dei promotori dell’iniziativa che ha finito per coinvolgere altri illustri sodali (Juventus, Inter e Milan disgraziatamente hanno deciso di allinearsi per il footbal “nostrano“, e lo si era capito dalla lettera di “sfiducia“ al presidente della Lega Dal Pino dei giorni scorsi), ma quelli di una certa generazione preferiscono ancora il classico Eurogol anni 70-80 condotto dall’indimenticabile Gianfranco De Laurentiis accompagnato dall’inseparabile Giorgio Martino, dove le prime immagini del calcio a colori mostravano le goleade del Liverpool sul campo brullo della Valletta di Malta, o le sfide epiche fra Omonia Nicosia di Cipro e l’Ajax, dove le coppe avevano un nome ed un cognome e si partecipava solo per meriti, a prescindere dalla nazione: Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa Uefa. Dove gli unici valori a prevalere erano quelli legati allo sport.
Se poi si deve giudicare la SuperLeague esclusivamente guardando dal buco della serratura di casa nostra, l’adesione dell’Italia può realisticamente sintetizzarsi così: la mossa di tre club che negli ultimi anni sono andati in terribile crisi finanziaria, dovuta in parte alla pandemia mondiale ma soprattutto a clamorosi (e a volte scellerati) errori gestionali che di fatto ne hanno sbriciolato il bilancio. Il blasone, la storia, i meriti sportivi poco c’entrano quando apri la cassaforte e trovi falle ovunque, quando ci sono stipendi da pagare e fornitori da saldare.
Però ormai il calcio europeo è diventato solo una grande macchina da soldi. Questo lo si è capito da anni. Dove si preferisce guadagnare molto di più faticando di meno. Certo, andrebbe previsto (a “tutela“ di tutti i club, stanchi per le lunghe trasferte in giro per i posti più sconosciuti d’Europa) un meccanismo che permetta di disputare più match importanti a stagione in tutta Europa, perché l’attuale Champions League ha un “format“ poco spettacolare. Ma di qui a dire che d’ora in poi giocheranno sempre e solo gli stessi club senza prevedere retrocessioni in una specie di “torneo esclusivo“ da circolo del bridge, ce ne passa. Sarebbe come accettare i capricci di un bambino che dice ai compagni “il pallone è mio è decido io chi gioca...“. Insomma, agli occhi degli osservatori esterni, allibiti e impotenti, succede che i club di ricconi o ex ricconi, non sapendo più come raccattare denaro, gettano nei bidoni dell’immondizia la grandezza e la popolarità dello sport più amato del mondo, infischiandosene dei tifosi, della loro passione, dei loro sentimenti e dei loro sacrifici. E poi, scusate, se davvero si vuol fingere di far prevalere il concetto più spettacolo (per la serie, più soldi meno sport) non era meglio chiamare i recitanti del wrestling o i funanboli Globetrotters?
Siamo sinceri, il rischio è trovarsi di fronte ad un incredibile autogol: la formula della SuperLeague non pare quella giusta, anche perché agli occhi dei supporter (gli unici a cui si dovrebbe davvero rendere conto prima di rivoluzionare tutto il sistema) risalta solo l’egoismo dei club coinvolti,i quali hanno detto semplicemente basta al concetto di sport per legittimo interesse. Ma il problema è anche un altro, e per onestà intellettuale va detto: si può non essere d’accordo con la SuperLeague, però la verità è che l’ultima che può dare lezioni di etica finanziaria e sportiva è proprio la Uefa, che ha accettato le finte sponsorizzazioni di Psg e City abbaiando sul fair play finanziario salvo poi permettere di tutto ai soliti noti. O peggio ancora, la Fifa che ha scelto il Qatar per i Mondiali, alla faccia del rispetto dei diritti umani. Soldi, fondi, eventi, prestiti, altri soldi, debiti, JP Morgan, altri soldi, Goldman Sachs, diritti tv, milioni e miliardi, ora la SuperLeague. Dovrebbero tutti finirla con queste buffonate da circo, smetterla di chiamarlo “gioco“ e sventolare il fair play finanziario, perché almeno i sapientoni eviterebbero di prendere per i fondelli milioni di tifosi. Perché un sospetto legittimo c’è: tutto questo accade solo per questione di soldi, da qualsiasi punto si veda la questione. L’importante è che i signori che sponsorizzano la SuperLeague la smettano di azzardare improbabili paragoni con la Nba: quello è basket, loro sono americani e Professionisti. Questo è calcio e noi siamo europei. Con due modelli che funzionano in maniera completamente diversa.
Difficile, ad oggi, dire cosa accadrà dopo che dodici club del Vecchio Continente, con comunicato “urbi et orbi“, hanno annunciato la grande rivoluzione. Di certo, da quel che è sembrato di capire, la politica internazionale è in grande fermento (in un periodo in cui avrebbe ben altre cose a cui pensare), visto che Macron e Johnson sono stati già abbastanza chiari a tal proposito subito dopo l’energica replica dell’Uefa («Progetto cinico che si fonda sull’interesse personale») che, in accordo con le federazioni nazionali, dopo le prime indiscrezioni aveva annunciato che le 12 squadre coinvolte nella Super League sarebbero state sospese da ogni competizione  se avessero dato il via al loro progetto
Si prevedono duelli mediatici accesissimi in uno scontro titanico che potrebbe lasciare diverse vittime sul campo. Probabilmente senza vincitori, con il calcio (quello genuino) unica realtà a rimetterci veramente.
Ah, dimenticavamo un piccolo particolare, tutt’altro che trascurabile: tutto questo caos avviene in un momento particolare della stagione, con una bellissima lotta per i posti in Champions League. Appunto, bisogna capire cosa sarà la Champions League. Provassero a spiegarlo all’Atalanta, al napoli, alla Lazio e alla Roma... giusto per fare qualche nome. Finirà così: loro, i dodici genitori ricchi e prepotenti, si terranno il calcio-business. Noi, e saremo in tanti, continueremo a divertirci col gioco del pallone.