Nembro (Bergamo), 7 marzo 2018 - Era accusata di essersi introdotta abusivamente nel sistema informatico del Comune e di aver sottratto e violato corrispondenza riservata divulgandola, per mettere in cattiva luce l’allora sindaco Eugenio Cavagnis (siamo nel 2012) e alcuni superiori con cui era in attrito e anche perché non aveva digerito l’assunzione di una collega, che successivamente si era dimessa. Per questo ieri il giudice Donatella Nava ha condannato a 3 anni e 1 mese di reclusione Giuseppina Tombinini, 53 anni, di Ranica, tuttora in servizio presso l’amministrazione comunale di Nembro: su di lei pende un procedimento disciplinare, ma la donna è ricorsa al giudice del lavoro. La 53enne è stata anche interdetta per 5 anni dai pubblici uffici e a versare 40mila euro di provvisionale al Comune di Nembro, parte civile con l’avvocato Marco Zambelli, e 45mila euro di risarcimento alle altre cinque parti civili, dipendenti dell’amministrazione comunale, assistiti dall’avvocato Andrea Magnaghi. L’accusa aveva chiesto una condanna a 15 mesi, mentre le cinque parti civili avevano invocato un risarcimento totale di 450mila euro e il Comune di 70mila.

L’imputata, stando alle contestazioni, aveva copiato indirizzi mail dei dipendenti, dopo essere venuta in possesso delle password. E con tali account - per non risultare la presunta talpa - aveva inviato e divulgato i contenuti riservati delle comunicazioni che giungevano in municipio, ma anche commenti calunniosi nei confronti di Cavagnis. In alcuni casi, sempre per l’accusa, i documenti erano stati spediti alle minoranze perché potessero confezionare mozioni e interpellanze. Si era insospettito per primo l’allora sindaco che s’era visto rifiutare dal server, perché troppo pesante, l’invio di un file che non aveva mai inviato. Giuseppina Tombini ha ammesso in parte, raccontando che l’accesso ai documenti riservati era finalizzato a rimpolpare la denuncia di stalking contro Cavagnis e due superiori presentata nel 2012 e archiviata nel 2016. Il difensore della donna, l’avvocato Enrico Pelillo, aveva chiesto l’assoluzione perché "si può al massimo ipotizzare l’accesso in assenza di autorizzazione della dipendente di un Comune, il cui sistema informatico non era protetto e dove le password erano ballerine e conosciute a molti".