Almenno San Bartolomeo (Foto di Bruna Bianchi)
Almenno San Bartolomeo (Foto di Bruna Bianchi)

Bergamo, 12 novembre 2018 -  Alla confluenza di tre valli, lasciando il fiume Brembo sulla destra, Almenno San Bartolomeo si inerpica sulla collina a ridosso delle Orobie bergamasche. Prima di giungere al paese di 6000 anime, un gregge di 250 pecore da lana bruca in un campo di granoturco. Viene da Clusone e sverna qui, col loro giovane pastore che ha trasformato un vecchio caravan nella sua casa e, per chi fosse curioso di saperlo, l’ha persino scritto con il pennarello: pastore. Le sue pecore sembrano parte di quello stesso quadro agreste di centinaia di anni fa quando qui vissero i Galli e in questa piana ricca d’acqua e di erba da pascolo, costruirono una rotonda che oggi è una chiesa, ma che allora era un luogo di culto pagano.

Bisogna chiudere gli occhi per un momento e tornare ad epoche lontane prima di inoltrarsi nel viottolo che conduce alla rotonda di San Tomè. Vederla da lontano già induce a domandarsi cosa ci faceva in mezzo ai campi un simile gioiello di pietra, semplice quanto architettonicamente perfetto e, soprattutto, magico. La storia, fatta di momenti di splendore e di decadenza, di lotte tra guelfi e ghibellini e in epoche più recenti anche di campanile tra due parrocchie confinanti, non aiuta a capire quanto invece si può comprendere respirando letteralmente l‘armonia dell’edificio non a caso costruito perché cielo e stelle, sole e terra, fossero qui rappresentate.

Solo da un paio di decenni la chiesetta circolare romanica di San Tomè ha ottenuto il suo giusto riconoscimento, ma prima che fosse famosa (e anche ripulita) pur avendo meno valore turistico di oggi, ne aveva uno dell’anima, e qui ci si veniva per fare pace col mondo, la fatica della povertà e della rinascita, mangiare stracchino e salame fatto in cascina, quella a ridosso della chiesetta che una famigliola abitava. Ora c’è l’ufficio turistico e parte dell’ex cascina è destinata ad altri scopi. Fino a 50 anni fa questo era ancora un luogo da albero degli zoccoli dei bergamaschi di mezza montagna e non è un caso se dal 1964 mastro Geppetto bergamasco c’è davvero.

Si chiamava - e ancora si chiama - Costantino Sana. Era un falegname di bottega come tanti altri in queste valli, ma a differenza di altri è diventato un grande imprenditore della falegnameria. Antichissimo mestiere che mai scompare, tanto che la scuola nel complesso della sua Fondazione nata nel 1987, sforna fior di ragazzi mastri falegnami ogni 4 anni: esattamente 100 e tutti che trovano lavoro prima ancora dell’esame finale. Un giorno, Tino Sana, ha pensato che essendo il legno parte della storia dell’uomo, bisognava mostrare (raccogliendo manufatti ovunque) cosa era stato capace di fare l’uomo nel corso degli anni. Ha così creato un museo che è scuola di memoria e di vita. Bisogna vedere (tre piani da girare con l’entusiasmo dei bambini) quanti e quali oggetti sono stati creati. Tino Sana ha un'azienda fiorente che non conosce la crisi e lavora per alberghi, navi da crociera, ristoranti, bar. La sua, in fondo, è ancora una bottega, benché internazionalmente conosciuta, perché la Fondazione Sana, la scuola e il museo, sono un complesso sorto proprio intorno alla sua casa.

Il Museo del Falegname è ad Almenno San Bartolomeo (60 chilometri da Milano e 2 da Brembate di Sopra), dove se ti alzi in punta di piedi scorgi quella rotonda di San Tomè in mezzo al campo di granturco che doveva – e ancora deve - ricordare all’uomo di vivere in armonia con la terra, l’acqua, il sole e le stelle.