Varese, 11 maggio 2017 - Entra anche la storia di un computer rubato nel groviglio dell’omicidio di Lidia Macchi, che il processo a Stefano Binda si sforza di dipanare, in Corte d’Assise a Varese. Si parla del soggiorno-vacanza della Gioventù Studentesca a Pragelato, iniziato il 1° gennaio 1987 e terminato la sera del 6. Binda sostiene di avervi preso parte e quindi di non essere stato in zona quando, la sera del 5, Lidia viene massacrata con 29 coltellate, alla località Sass Pinin di Cittiglio. Uno solo degli oltre cinquanta ragazzi del tempo, ascoltati come testimoni, conserva memoria di averlo visto, il primo giorno della villeggiatura. Esisteva un elenco di tutti i partecipanti? L’avvocato Sergio Martelli, difensore di Binda con Patrizia Esposito, insiste sul punto nel controesame di uno dei testi della giornata, il sovrintendente della polizia di Stato Giuseppe Campiglio. I ragazzi venivano registrati? «Siamo diventati matti - risponde l’investigatore - per cercare i registri. Non abbiamo trovato l’elenco da nessuna parte. Addirittura c’è stato il furto di un computer dove potrebbero essere».

L’ALIBI dell’uomo che viene processato per l’omicidio della studentessa di Comunione e Liberazione s’intreccia con i racconti che i suoi migliori amici del tempo, Giuseppe Sotgiu (oggi prete) e Piergiorgio Bertoldi, attuale nunzio apostolico in Burkina Faso, fanno della loro serata di quel 5 gennaio. Nella nuova udienza esce un’altra testimonianza. È quella di una tossicodipendente, amica di Binda. Convocata di carabinieri di Besozzo il 12 febbraio 2016 per storie di droga, pensa di dover rispondere invece sul caso Macchi e lo fa. Racconta di Binda che si rifiuta di andare a consumare lo stupefacente al Sass Pinin perché «lì è stata uccisa una mia amica». Aggiunge che, mentre sono a casa sua, Binda ricorda che quella sera si sarebbe dovuto recare all’ospedale di Citttiglio per un visita a Paola Bonari, amica in comune con Lidia, ricoverata dopo un incidente stradale. Un contrattempo glielo ha impedito. La testimonianza, se veritiera, confermerebbe la presenza di Stefano Binda in zona il giorno dell’omicidio.

Sfilano sul maxi-schermo i misteri nelle agende dell’accusato e non solo.

Patrizia Bianchi, la donna che ha fornito alla polizia le indicazioni per arrivare a lui, all’epoca sua grande amica, ne tiene una “dedicata” dove, con amore, riporta le sue frasi, le poesie e le canzoni che hanno condiviso. Annota anche quello che Stefano (indicato come T., Teti) le avrebbe detto dopo una messa in suffragio di Lidia: «Tu non sai, non puoi nemmeno immaginare cosa sono stato capace di fare». Lo avrebbe confessato a D. (don, un sacerdote?) ricevendone questa risposta: «Per quanto è nelle tue responsabilità, e questo solo Dio lo sa, io ti perdono»,

Quando Patrizia Bianchi gli comunica che Lidia è stata assassinata e non si trova l’arma, Binda ha una reazione violenta. Sorpresa, Patrizia ne parla a due amiche di Cl, che però minimizzano.