Varese, 20 luglio 2017 - «Nessun profilo genetico tra quelli rilevati sui reperti dell’omicidio di Lidia Macchi appartiene a Stefano Binda». Nuova udienza ieri davanti alla Corte d’Assise presieduta da Orazio Muscato che vede il 50enne di Brebbia, ex compagno di liceo della studentessa varesina uccisa con 29 coltellate nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, accusato del delitto. Binda per questo è in cella dal 15 gennaio 2016. Tra i testimoni ascoltati ieri anche i tre consulenti genetici, Roberto Giuffrida, Carlo Previderè e Pierangela Grignani. L’analisi dei reperti ha escluso in modo categorico che vi siano tracce del Dna dell’imputato sui lembi del tessuto che rivestiva l’auto della ragazza, nel materiale biologico isolato 30 anni fa, ma soprattutto sulle buste che contenevano le due lettere anonime protagoniste della vicenda. 

«Abbiamo analizzato in particolare i lembi della chiusura», hanno spiegato i periti. È la parte rivestita di colla che viene generalmente leccata per sigillare la busta. Accertato che vi fosse abbastanza materiale per i raffronti, i consulenti hanno isolato due diversi profili. Il primo, femminile e sconosciuto, trovato sulla busta contenente la celebre missiva dai contenuti “paranormali” intitolata “Una madre che soffre” e inviata a casa Macchi 30 anni fa. L’autore della scrive di aver «registrato su un nastro magnetico» alcune frasi pronunciate dalla ragazza dopo la morte. «So chi è stato ad uccidermi, è stato un mio amico di Comunione e Liberazione», si fa dire alla vittima nello scritto. «C’era anche lui quando mi hanno trovato – prosegue – è stato proprio lui a trovarmi ed è stato costretto a fingere un grande sgomento e dolore». La seconda missiva è quella sulla quale l’accusa ha incardinato il capo di imputazione. La celebre “In morte di un’amica”, arrivata a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno delle esequie, che gli inquirenti considerano scritta dall’assassino o da qualcuno che molto sapeva del delitto. E che Patrizia Bianchi, superteste ed ex amica di Binda, attribuisce all’imputato, riconoscendone la grafia in quella del testo. «Dalla busta abbiamo ricavato il profilo di un Dna maschile con non appartiene a Binda». L’imputato potrebbe aver fatto sigillare la lettere ad altri? E a chi? Visto che i periti hanno precisato che quel Dna non appartiene «ne al padre di Binda, ne ad altro familiare, ne all’amico don Giuseppe Sotgiu».