Monza 2 dicembre 2016 - Si chiama sharing economy (in italiano «consumo collaborativo»). Si basa principalmente sull’uso di Internet e delle applicazioni sugli smartphone. Permette di utilizzare servizi attraverso un sistema di baratto o di condivisione dei costi (banca del tempo, passaggi in auto fra privati dividendo la spesa del carburante) oppure ridurre i prezzi grazie a una gestione «più leggera» come ha mostrato il recente caso di Uber che ha fatto concorrenza ai tassisti creando non poche tensioni. Sistemi che spesso fanno bene al portafogli dei consumatori ma che impattano, o rischiano di farlo, su molte imprese tradizionali spesso imbrigliate da burocrazia e tasse che la sharing economy riesce a «scansare».


«Da una recente analisi effettuata dall’Ufficio Studi si evince che, nella provincia di Monza e Brianza, le imprese artigiane che oggi operano nei settori interessati dal crescente fenomeno della sharing economy sono quasi 14mila, ovvero il 61.4% del totale dell’artigianato del territorio. Un nuovo schema economico che parte dai bisogni dei consumatori e crea soluzioni alternative di utilizzo e condivisione per rispondere a necessità primarie, quali la mobilità locale e i servizi di welfare. Ai potenziali vantaggi per i consumatori, dati dall’accesso a nuovi servizi e ampliamento della gamma di scelta, si associano tuttavia possibili minacce per le imprese», spiegano dalla Confartigianato.

 
«Guardando al futuro, vogliamo che i nostri artigiani siano capaci di affrontare i nuovi mercati con prodotti, servizi e tecnologie innovative, e sappiano trarre il meglio anche dalla sharing economy. Un fenomeno certamente ricco di grandi potenzialità ma difficile da controllare e regolarizzare – dice Giovanni Barzaghi, presidente di Apa Confartigianato Milano, Monza Brianza –. L’attuale normativa deve evolversi per adeguarsi ai nuovi scenari e per garantire equità e rispetto delle regole fissate per gli imprenditori».


«Rendendo più indistinte le posizioni di consumatore e prestatore di servizi, lavoratore subordinato e autonomo, si genera infatti incertezza sulle norme applicabili, con il rischio di ampliare le “zone grigie” in cui aggirare le norme intese a tutelare l’interesse della collettività. Questi rischi si potrebbero amplificare proprio nel nostro Paese dove è già presente una rilevante economia sommersa – che secondo le ultime valutazioni vale 194,4 miliardi di euro, pari al 12% del Pil – generando così una concorrenza sleale nei confronti delle imprese regolarmente operanti sul mercato», aggiungono dall Confartigianato.


Per quanto riguarda i settori di maggior «infiltrazione» delle piattaforme di collaborazione, al primo posto troviamo i servizi, sia quelli ai consumatori che quelli alle imprese. A Monza si parla di 11.273 microimprese attive nei servizi al consumatore e 647 nei servizi alle imprese. Al secondo posto i trasporti, dove si contano 1.183 realtà artigiane monzesi toccate dal fenomeno. «Non abbiamo nessun pregiudizio ma dobbiamo difendere gli interessi dei nostri imprenditori contrastando nuove forme di illegalità – spiega Paolo Ferrario, segretario generale di Apa Confartigianato –. È in questo senso che auspichiamo si muova la legislazione del nostro Paese: verso un mercato in cui le stesse regole valgano per tutti».