Monza, 13 agosto 2017 - CAPITOLO SESTO: IL SUPPLIZIO 

Ha soltanto due giorni di vita davanti a sé. Carlo Sala li trascorre in modo stupefacente. Lo attende un supplizio terribile: tre colpi di tenaglia rovente, prerogativa dei sacrileghi; l’amputazione della mano destra, perché è un ladro; e infine l’impiccagione pubblica in Piazza Vetra a Milano.  Ma chi lo ha condannato non può certo accontentarsi: è stato un frate, anche se rinnegato, e c’è bisogno che faccia atto di pentimento. E invece lui comincia una battaglia che metterà a dura prova i suoi stessi carnefici. Carlo Sala si rivela sin da subito un osso particolarmente duro: non solo ladro sacrilego, ma miscredente impenitente.

«Le minacce di Dio son parole, e le parole non son altro che vento» mette subito in chiaro. E «siete solo ridicoli ciarlatani» dice scacciandoli ai frati cappuccini che sono andati ad “assisterlo” nel momento in cui gli viene data notizia della condanna. Sottoposto alla terribile pratica della corda, non dà segni di cedimento. E in carcere, addirittura, si mette a far proseliti fra gli altri prigionieri. «Prese il partito di raccontare candidamente la sua storia, sempre fermo e placido ne’ tormenti e nel carcere a segni di meraviglia», raccontano le cronache. Tanto che i carcerieri sono costretti a metterlo in isolamento. Secondo una pratica diffusa all’epoca, il condannato viene “affidato” a un pio sodalizio, la “Nobilissima Congregazione di San Giovanni Decollato alle Case Rotte dette de’ Bianchi”, che si prendeva la briga di confortare l’anima del morituro.  E i confortatori lo sottopongono a un’ininterrotta serie di pressioni, a tratti con pratiche umilianti e violente, affinché si penta delle proprie colpe. Gli vengono legate le mani, gli viene appeso al collo un pesante lucchetto di ferro, viene più volte percosso.  I tentativi vanno avanti nel corso di tutta la prima di due interminabili notti, tanto che il condannato non riuscirà ad addormentarsi prima dell’alba. Una volta sveglio, gli viene ventilata l’esistenza di un ricco signore che, in cambio di un suo pubblico ravvedimento, provvederà al mantenimento di sua moglie e dei suoi figli. «Non ho bisogno di nulla» replica Carlo Sala sprezzante.

Sciolto dalle funi e incatenato, viene portato allora in una sala speciale, denominata Conforteria, dove «apparentemente imperturbabile, ben disposto e... affettando ilarità» risponde a tutti gli argomenti dei vari confortatori che si avvicendano al suo fianco. Si ricorre anche a macabri stratagemmi per minare il suo animo. La Conforteria a un certo punto viene spogliata di tutti gli arredi sacri, a loro modo rassicuranti. E quando Carlo Sala vi viene nuovamente portato la trova vuota. E fredda, come se anche Dio l’avesse abbandonata. Il prigioniero viene lasciato lì per ore, al buio, nel silenzio più totale. Anche stavolta però i tentativi di penetrare il suo animo risultano vani.  Anzi, ogni qualvolta qualcuno gli rivolge la parola, si dimostra pronto a discutere le proprie convinzioni e a difenderle.

«Sorrideva, disputava e diceva sofismi tali e tanti e con tanto ingegno, che partivano confusi e disperati i ministri del santuario. Tutto però con pacatezza, con civiltà e ringraziando della compagnia fatagli» raccontano le cronache. E aggiungono anche che spiegava come «tutta la nostra Santa religione è una impostura... ho studiato anch’io Teologia e sono tutte... favole». E quando uno dei confortatori perde la pazienza e lo strapazza, replica: «Perdoni, Signore, ma non mi pare che tratti da uomo ben nato, in che l’ho io offeso? Si può dunque insultare un altro uomo perciò che non pensa come voi?». Ormai la storia di Carlo Sala e della sua condotta trapela dalle mura del carcere e si diffonde in città. Si ricorre allora anche alla pietà popolare, invitando la gente a impetrare il pentimento dello sventurato attraverso veglie di preghiera e raccolte di elemosine. Alla fine giunge il giorno dell’esecuzione. Ma Carlo Sala, a suo modo, ha vinto. E arriva addirittura a suggerire, sempre con tono pacato e cortese, la possibilità di fingere esteriormente ravvedimento e una certa contrizione, accettando di prendere il Crocifisso prima dell’esecuzione per salvare le apparenze davanti alla popolazione. A un patto, però: le proprie convinzioni no. Quelle, pubblicamente, non le ritratterà mai.