Milano, 17 dicembre 2017 - L'enfant  terrible del teatro italiano. Che Paolo Rossi l’espressione da monello ce l’ha da sempre. E non si cura del tempo che passa. Se fosse un calciatore sarebbe un numero dieci, libero di muoversi come gli pare davanti ai tifosi. Ed è un po’ questo lo spirito de “L’improvvisatore 2 – L’intervista”, da martedì al Cooperativa di Niguarda (date a singhiozzo, a Capodanno con cena, info: 02.6420761). Sul palco racconta sé stesso, il mondo, la rivoluzione. O qualcosa del genere. Accompagnato dalle musiche dei Virtuosi del Carso, ovvero Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari. Genio e sregolatezza.

Signor Rossi, che succede sul palco?

«Guardi, non glielo so ancora spiegare bene. Il teatro cambia in continuazione, figurarsi con me. Ma diciamo che potrebbe essere definita una specie di funambolica autointervista».

Suona bene.

«Sì, di certo ci sarà il coinvolgimento del pubblico, poi si vedrà se la chiacchiera diventerà un dibattito, un’assemblea o che altro. Per me non esiste la quarta parete, solo in alcuni rari momenti faccio due passi indietro e rimango solo con me stesso per pescare nel repertorio».

Come definirebbe l’improvvisazione?

«Un gioco complesso che ha bisogno di disciplina, talento, mestiere, concentrazione, esperienza. Peschi ovunque, dal tuo passato, da quello degli altri, dall’ispirazione del momento. Non è un dono estemporaneo».

Mai avuto paura di non pescare niente?

«No, perché una delle tecniche fondamentali, una delle prime lezioni da imparare è quella di sospendere qualsiasi giudizio su te stesso nell’esecuzione. Questo ti dona grande forza e libertà, ti permette di considerare nei giusti termini la sconfitta. Sul palco accade qualcosa, ogni sera. E una delle possibilità è anche quella di cadere. Per fortuna non siamo acrobati ma uomini della Commedia dell’Arte, se cadiamo non ci facciamo troppo male. E spesso la caduta può diventare la svolta».

Quanta verità c’è nei suoi racconti?

«Siamo friggitori, gran bugiardi, ci muoviamo sul confine fra il vero e il falso. Racconto miei episodi capitati ad altri e viceversa, incrocio l’invenzione con la realtà. Devo ammettere che inizio pure a confondermi, non ricordo più cosa ho fatto o quello che mi è davvero successo».

Di cosa le piace ridere?

«Di tutto. Non c’è cosa di cui non si possa ridere con le debite distanze. È una questione di regole, che poi assomigliano molto a quelle del caos. Si può ridere anche di un funerale, per farle un esempio. Ma non si può ridere durante il funerale. Poi le regole servono anche per essere ribaltate, ma ci vogliono. Per questo a volte si lavora meglio su commissione, quando hai carta bianca ti perdi via nel voler dire mille cose».

La politica però sembra divertirla sempre meno.

«Per quello ormai da anni l’ho abbandonata. Invece di rincorrere la cronaca, preferisco ricordare il futuro e predire il passato. Anche se mi rendo conto che così sono molto più vicino a Philip Dick…».