Milano, 3 dicembre 2017 - Abbaia  festoso Roro IV mentre Franca Valeri inizia a raccontarsi con la riflessiva amabilità di sempre. Il numero romano appioppato a questo simpatico cane, un Cavalier King Charles Spaniels che deve il suo nome all’opera verdiana “Aroldo”, indica una nutrita serie di predecessori. Perché per la novantasettenne signora dello spettacolo italiano (all’anagrafe fa Franca Maria Norsa ed ha assunto quel cognome d’arte nei primi anni Cinquanta in omaggio a Paul Valery) i cani, soprattutto trovatelli, sono da sempre gli amici migliori. «Ho lui, Roro IV, che sta con me nell’appartamento a Roma e che mi porto in giro. E poi ne ho sei nella mia casa sul lago a Trevignano. In più ci metta che mi occupo anche di un canile che ne ospita al momento 17. Sono tanti lo so, ma come fai a resistere quando incontri un cane che ti guarda e ti chiede affetto? Vede, i cani non sanno cavarsela da soli, devono essere aiutati continuamente a vivere. Io ho anche dei gatti ma di loro mi preoccupo meno perché sono diversi e sanno difendersi». “La stanza dei gatti” si chiama il suo ultimo libro (Einaudi) dedicato al terzo grande amore della sua vita, dopo i due mariti Vittorio Caprioli e Maurizio Rinaldi. E cioé il teatro.

Perché, signora Valeri, in queste pagine immagina il teatro come un uomo?
«Perché, come ho scritto nella prefazione, un uomo è più incline ad avere difetti ed è sicuro di avere un destino più importante di quello della donna. E il teatro, per mia esperienza, è davvero capace di travolgere ogni vita. Sono stata fortunata ad aver conosciuto quell’uomo e che lui sia diventato un amico con cui parlare molto a lungo».

Ha cominciato a recitare da adolescente, ha attraversato stagioni ruggenti dello spettacolo italiano, ha inventato maschere popolarissime. Cosa ama di più della sua carriera? Chi predilige fra i celeberrimi personaggi come la Signorina Snob la Sora Cecioni? 
«E come si fa a scegliere fra i propri figli? Certo, le due figure che cita sono quelle che hanno avuto più seguito e che hanno prodotto veri e propri filoni. Dal mio personaggio sono sbocciate per discendenza una quantità di ragazze snob. La Cecioni è nata invece osservando una cara amica, Renata, che di giorno faceva le pulizie a casa mia e la sera era guardarobiera al teatro Valle: possedeva caratteristiche popolari che ho fatto mie, reinterpretandole, e che sono poi sbordate anche in certe commedie e in certi film. Quei due personaggi sono stati capostipiti».

Racconta che fra i tanti incontri avuti, rimase particolarmente colpita da Vittorio De Sica. Perché?
«Perché era straordinariamente bravo, simpatico ed umano. Sul set era di aiuto a tutti quelli che gli stavano attorno. Per me è stato un grande esempio. Anche a Marcello Mastroianni ero molta legata: lui e la moglie mi accompagnarono a Parigi per trascorrere il viaggio di nozze. Con Sordi esisteva un’ottima sintonia e credo che al cinema funzionassimo molto bene. Non ci fu mai uno screzio fra noi».

Come iniziò a fare teatro?
«Alla fine della guerra, con Vittorio Caprioli di cui allora ero solo amica. Volevamo fare compagnia e a Vittorio venne in mente di coinvolgere Sergio Tofano. Dopo un po’ di corteggiamenti lui disse sì. Uno dei primi spettacoli fu proprio Bonaventura».

Visconti, Strehler, Patroni Griffi... Ha conosciuto tutti i grandi. Ma perché non c’è più adesso una qualità professionale così alta? Perché quel patrimonio si è disperso?
«E chi lo sa? Dipenderà dal periodo che stiamo vivendo ma è un guaio a cui non riusciamo a porre rimedio. È vero, non c’è nessuno che imponga una propria personalità e che dia aiuto agli altri. Aiutare, ripeto, è importante. E io lo so bene. Dopo lo scioglimento dei Gobbi, il gruppo comico formato da me, Caprioli e Alberto Bonucci poi sostituito da Luciano Salce, ho avuto una carriera da donna sola».

Sa di essere un’icona amata dai giovani? 
«Un’icona non credo, un esempio forse sì. Il fatto che i ragazzi mi vogliano bene mi consola. Credo che tutto dipenda dalla carriera brillante e particolare che ho avuto e dallo zampino messo anche nella musica. Anche adesso seguo attivamente, ad esempio, un concorso per cantanti». 

Hanno scritto che da suo padre abbia ereditato l’ironia spietata e da sua madre la comicità estrema. È d’accordo? 
«Mah, sulla comicità estrema ci sarebbe molto da discutere. Eppoi la comicità non ha sesso. La grinta, la voglia di far ridere e l’ironia, sì, sono il mio marchio di fabbrica Ma che vuole, adesso è tutto stravolto: gli spettacoli non hanno più l’intervallo, la critica è quasi sparita, si pensa solo alle sovvenzioni...».