Milano, 28 settembre 2017 - «Sempre Edoardo Mazza?». «No, devi sbarrare solo il simbolo di Forza Italia e basta». «Va bene, ok». Altra chiamata: «Ciao Marco, sei andato a votare?». «Sì, sì, sono andato stamattina presto». «Tuo padre è andato?». «Sì, mi sembra di sì». «Chiamalo di andare, perché dopo controllano che è andato». Al telefono c’è l’imprenditore in odor di ’ndrangheta Antonino Lugarà. È la mattina del 31 maggio 2015, e da poche ore si sono aperti i seggi per l’elezione del nuovo sindaco di Seregno. Il 64enne nativo di Melito di Porto Salvo si spende in prima persona nella raccolta voti «porta a porta», come la definiscono i pm monzesi Giuseppe Bellomo e Giulia Rizzo, per far vincere il suo candidato. Non è un sostenitore come gli altri, il costruttore edile arrestato dai carabinieri del Comando provinciale di Milano: lui, secondo l’accusa, ha puntato tutto su Edoardo Mazza per avere pista libera in Comune sul progetto del supermercato da costruire nell’area ex Dell’Orto. Una ricostruzione smentita dal primo cittadino finito ai domiciliari, che, tramite il suo avvocato Antonino De Benedetti, si dice «prostrato» e pronto «a chiarire ogni cosa», già nell’interrogatorio di garanzia di domani. Più o meno le stesse parole dell’indagato per corruzione Mario Mantovani, che si ritiene «del tutto estraneo» alla vicenda e chiede di essere ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi.

Già, Mantovani. Sono in tanti, intercettati dagli investigatori, a fare il suo nome: chi lo agita come uno spauracchio («Io ti faccio chiamare da Mario, poi sono c. tuoi»), chi lo ringrazia via sms per essersi impegnato per far eleggere Mazza («Ciao Mario, ti ringrazio molto per la vittoria di Seregno, è anche merito tuo, quando puoi ti vorrei incontrare», il messaggio inviato da Lugarà il 15 giugno 2015, il giorno dopo la vittoria al ballottaggio). Gli inquirenti, negli atti, definiscono «stretto» il rapporto tra Mantovani e Lugarà e ne documentano le frequentazioni almeno in due occasioni. Una volta, il 6 agosto 2015, Lugarà si reca ad Arconate per incontrare l’allora vicepresidente di Regione Lombardia nelle stanze della fondazione che ne porta il nome. Un’altra volta, e torniamo indietro di quasi tre mesi al 27 maggio 2015, viene immortalato «l’incontro conviviale» al quale partecipano anche Carmelo Mallimaci (ritenuto vicino a Giuseppe Morabito e Domenico Staiti della locale di Mariano Comense), tre noti esponenti della sanità lombarda e altre due persone che i militari in servizio di osservazione ritengono di dover segnalare nell’annotazione. Chi sono? Uno è Antonio B., incensurato controllato però il 14 marzo 2010 in un bar di Mariano Comense insieme a quattro personaggi coinvolti nelle inchieste «Infinito» e «Ulisse». L’altro è Antonio De Masi, arrestato nel 2007 perché trovato in possesso di due chili di cocaina. Senza contare che quell’aperitivo si tenne al bar panificio Tripodi, chiuso nel 2015 dalla Prefettura di Monza per presunti legami dei titolari con le ’ndrine.