Milano, 6 febbraio 2017 - I pm di Milano Enrico Pavone e Francesco Cajani hanno chiesto condanne a 6 anni e mezzo di reclusione per Abderrahim Moutaharrik, il campione di kickboxing di origini marocchine finito in carcere nell'aprile dello scorso anno con l'accusa di terrorismo internazionale per presunti legami con l'Isis, e per sua moglie Salma Bencharki. A tanto ammonta la richiesta di condanna presentata questa mattina dai pm di Milano Enrico Pavone e Francesco Cajani. La Procura, tra l'altro, ha anche chiesto la decadenza dalla potestà genitoriale per Moutaharrik e la moglie che avrebbero voluto portare i due figli in Siria.

Entrambi sono imputati per terrorismo internazionale insieme ad altri due presunti appartenenti alla cellula lombarda dell'Isis. Nel processo in corso con rito abbreviato, davanti al gup Alessandra Simion, i pm hanno infatti anche chiesto 6 anni di carcere per Abderrahmane Khachia, anche lui marocchino, residente in provincia di Varese, fratello di un altro giovane morto 'martire' in Siria e arrestato assieme alla coppia e a Wafa Koraichi, sorella di Mohamed Koraichi, marocchino che assieme alla moglie italiana, Alice Brignoli, tempo fa ha lasciato Bulciago, nel Lecchese, per unirsi alle milizie dell'Is. Per Wafa Koraichi i pm hanno chiesto 3 anni, 6 mesi e 20 giorni di reclusione. La Procura, tra l'altro, ha anche chiesto la decadenza dalla potestà genitoriale per Moutaharrik e la moglie che avrebbero voluto portare i due figli in Siria.

LA MOGLIE - "Sono sposata con lui da 5 anni e amo ancora mio marito. Ero pronta a seguirlo in Siria ma soltanto per farlo riflettere e fargli capire che quello non è il Paradiso. Speravo che sarei riuscita a convincerlo a tornare in Italia. Ma lui non è colpevole, la sua è stata solo una leggerezza". Così Salma ha difeso il marito Abderrahim, in una serie di dichiarazioni spontanee in aula. Secondo l'accusa, i due erano pronti a partire per la Siria insieme ai loro figli. Dopo aver sistemato la famiglia nelle terre occupate dalle milizie del Califfato, Moutaharrik sarebbe dovuto rientrare in Italia e compiere un attentato a Roma, facendosi esplodere in Vaticano o davanti all'ambasciata di Israele. A testimoniarlo sarebbero le numerose intercettazioni telefoniche e ambientali disposte in fase di indagini: conversazioni dove il cosiddetto "pugile dell'Isis" esprimeva il suo proposito di diventare "un martire di Allah". Un progetto concreto, secondo gli inquirenti dell'antiterrorismo di Milano, tanto che il marocchino aveva ricevuto la "tazkia", una specie di "raccomandazione" necessaria per essere arruolati tra i miliziani di Al Baghdadi.

"VA ASSOLTO" - Secondo il suo difensore, l'avvocato Sandro Clementi, Moutaharrik è invece innocente e va assolto con formula piena. Le conversazioni intercettate, quelle che secondo l'accusa lo inchioderebbero, ha detto il legale in un passaggio della sua arringa difensiva, "erano chiacchiere da bar, non proclami terroristici". Inoltre, ha sottolineato l'avvocato Clementi in aula, "non è mai stato provato che l'Isis sia un'organizzazione terroristica. Lo Stato Islamico è un prodotto degli Stati Uniti, in Siria c'è un governo legittimo che è quello di Assad".

 In primo luogo, «non è stato provato e va provato anche in questo processo» che l'Isis è una «organizzazione terroristica», e sul punto «non basta che sia inserita nella 'black list' internazionale», e in secondo luogo «ci sono articoli nei quali si può leggere che il sedicente Stato islamico è un prodotto degli Usa», ha affermato Clementi. Il legale ha parlato di «un processo politico» e ha depositato alcuni articoli di quotidiani nei quali viene raccontato che l'Isis «è un prodotto degli Usa», prima di chiedere l'assoluzione di Moutaharrik, colpevole, a detta del difensore, soltanto di essere stato intercettato mentre «faceva chiacchiere da bar». Nessun atto concreto, secondo la sua difesa, ma soltanto «parole». L'avvocato Luca Bauccio, difensore di Abderrahmane Khachia, altro imputato, ha fatto notare come negli atti dell'inchiesta non venga contestata agli imputati alcuna «attività preparatoria» concreta di atti terroristici. Un'imputata, Wafa Koraichi, nel corso di dichiarazioni spontanee ha voluto spiegare in videoconferenza dal carcere di non far «parte di alcuna organizzazione terroristica, non sarei andata a lavorare se avessi voluto seguire le orme di mio fratello (partito per la Siria assieme alla moglie italiana e ai figli, ndr) e spero di poter tornare a lavorare per il futuro di mio figlio e per stare assieme a mio marito, che mi è sempre stato vicino». E poi in lacrime ha aggiunto: «Sono innocente, il mio stile di vita è diverso dai terroristi». La sentenza è prevista per il 14 febbraio.