Milano, 27 dicembre 2017 - C'è già chi parla di una strada cittadina che presto gli verrà dedicata e chi solleva la necessità di legare il suo nome a una scuola o a un progetto formativo per cuochi e chef, in una città che lui ha amato alla follia e dalla quale si è sentito ricambiato. Una cosa è certa. Pochi personaggi hanno meritato e guadagnato la stima di Milano come Gualtiero Marchesi, maestro indiscusso della grande cucina italiana ma prima ancora, l’artista dei fornelli che è riuscito a trasformare la metropoli lombarda in un laboratorio di cultura culinaria oltre che in un atelier di formazione per un’intera generazione di nuovi star-chef come Cracco e Oldani, Berton e Knam. Lo aveva fatto alla metà degli Anni Ottanta, in via Bonvesin de la Riva, con il suo primo ristorante, locale con i piedi nei Navigli e vetrina di una cucina che in Italia per la prima volta riusciva a strappare alla francese Michelin le ambitissime «3 stelle»; le stesse stelle che più tardi avrebbe rinnegato e restituito al mittente, volendo così lanciare il suo messaggio: la passione per la cucina non può essere subordinata ai voti e alle classifiche.

Una MIlano che gli aveva espresso il suo esplicito «grazie» in occasione dei suoi 80 anni, quando Comune e Palazzo Reale avevano organizzato una mostra tematica ripercorrendone la sua storia e il suo contributo alla cultura italiana, sette sezioni in cui la sua cucina veniva collegata alla chimica e alla fisica, alla letteratura, alla musica e perfino all’architettura, dando credito e voce a un cuoco ispirato da grandi artisti come Lucio Fontana e Piero Manzoni, Giancarlo Vitali, Enrico Baj e Salvatore Sava. Nel 1986, Milano gli aveva tributato l’Ambrogino d’Oro, atto dovuto – si disse – per un uomo che aveva fatto grande l’intera città. Amore per Milano che lui aveva confermato aprendo il suo Bistrot alla Rinascente nel ’90, due anni prima della chiusura di via Bonvesin de la Riva, scelta dolorosa che lo avrebbe portato a Erbusco, alla corte della famiglia Moretti in Franciacorta, per poi ripresentarsi a Milano con un negozio di suoi prodotti in via San Pietro all’Orto (98), l’anno prima di ricevere il sigillo Longobardo d’Oro dalla Regione Lombardia e dieci anni prima di aprire il suo ristorante Teatro alla Scala «Il Marchesino», un ristorante dalla formula bistrot-chic destinato a vivere anche dopo la sua scomparsa e dove ancora oggi c’è chi fa la coda per degustare e apprezzare i piatti iconici del maestro. Il prossimo 19 marzo, giorno della sua nascita, verrà presentato il film della sua vita «Gualtiero Marchesi: The Great Italian». Di Milano amava dire «ha tutte le risorse per credere a se stessa». Ieri sera, il sindaco Sala lo ha ripetuto: la città gli deve moltissimo. E quella dei prossimi giorni, c’è da giurarci, sarà una gara collettiva per sdebitarsi.