Lodi, 9 settembre 2017 - Mneo olio di palma nelle merendine, nei biscotti e nelle torte, torna di moda il burro. La crociata contro l’industria alimentare costringe alla conversione delle produzioni. E a beneficiarne sono le stalle e i caseifici, specie quelli lombardi, che si vedono raddoppiare il prezzo d’acquisto del condimento tradizionale, che segna un più 113 per cento del valore nell’arco di un anno.

Grasso saturo, pieno di colesterolo: l’alimento che fino a 50 anni fa era l’ordinario sulle tavole del Nord, dopo decenni di allarmi sul rischio per le arterie e di studi sull’olio d’oliva e la dieta mediterranea, vive ora un momento di riscossa, grazie all’aumento delle richieste di prodotto di qualità da parte delle aziende di trasformazione. A misurare gli effetti del boom è la Coldiretti che analizza l’andamento delle quotazioni. Il record è stato fissato la scorsa settimana: 5,04 euro al chilo per il burro pastorizzato nazionale. Il livello più alto degli ultimi cinque anni. «Meglio delle margarine, perché non è un prodotto chimico, meno calorico degli oli, non idrogenato artificialmente, ricco di nutrienti, di vitamine e proteine», magnificano il prodotto dall’associazione dei coltivatori diretti.

Dietro, naturalmente, c’è una esigenza economica: quella di sostituire con un prodotto di semplice reperibilità componenti artificiali o trattati chimicamente che oggi le aziende dolciarie faticano a potersi permettere nell’elenco degli ingredienti. Pesa quindi la riduzione di consumi di olio di palma, scesi del 51% nella prima metà del 2017, con sei clienti su dieci che lasciano sugli scaffali i prodotti con l’ingrediente meno amato dai salutisti. Per questo, ma anche per l’aumento di consumi internazionali e il calo del 6 per cento della produzione per l’eccessivo caldo, sono tornati gli acquisti, che trascinano al rialzo le quotazioni dell’intera filiera. A beneficiarne – stando ai dati della borsa di settore di Lodi, quella che fissa le quotazioni per il Nord Italia – gli allevamenti bovini, i produttori di panna, crema di latte, formaggio e latte «spot», quello che le aziende agricole possono vendere in eccedenza ai contratti di fornitura che siglano con i giganti industriali della trasformazione. Su questo prodotto, il prezzo è di 45,36 centesimi al litro, il più alto dal 2014, con una crescita di quasi il 27% rispetto all’agosto del 2016.