Milano, 11 giugno 2017 Si torna a votare. In 139 Comuni lombardi oggi è giorno di elezioni. Un test magari interessante per saggiare le tenute del Pd, dei grillini e del centrodestra in vista delle prossime regionali, ma che non deve far passare in secondo piano le date e le scadenze che più toccano il quotidiano di famiglie e imprese. Prendiamo la più vicina. Dall’inizio del 2015 ha fatto il suo debutto lo split payment. Questa misura obbliga le amministrazioni centrali dello Stato (e dal prossimo 1° luglio anche le aziende pubbliche da questo controllate) a trattenere l’Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario. Obiettivo di questa misura, contrastare l’evasione fiscale. Ovvero evitare che una volta incassato dal committente pubblico, l’azienda fornitrice non tralasci di versare il dovuto al fisco. Il meccanismo, sicuramente efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non versi l’Iva all’erario, ha però provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l’evasione, invece, nulla hanno a che fare.

Le ditte che lavorano per lo Stato, oltre a subire tempi di pagamento spesso irragionevoli, scontano anche il mancato incasso dell’Iva che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva, soprattutto alle aziende piccole, di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti di ogni giorno, anche a fronte della contrazione degli impieghi concessi dalle banche. Come si traduce tutto questo è cosa semplice e drammatica: la stragrande maggioranza del quasi milione di imprese che lavorano per lo Stato e le sue diramazioni è in difficoltà e sta a sua volta attuando forme di autodifesa che prevedono dilazione dei tempi di pagamento ai propri fornitori, contrazione degli investimenti, richiesta di anticipo (costosa) di fatture in banca, riduzione del personale occupato. A tutto discapito della necessità di rendere più competitive le attività produttive, o quanto meno di non ostacolarne la sopravvivenza.

Quello dello Stato debitore insolvente e impunito è un dramma che attanaglia migliaia di imprese italiane, soprattutto piccole e medie aziende. Fornitori dai quali la Pubblica Amministrazione, solo nel 2016, si è vista fatturare 160 miliardi di euro per acquisti di beni e servizi. Secondo l’Istat, che ha notificato alla Commissione europea i debiti correnti della Pa italiana, rimangono da saldare 51 miliardi di euro, che la Banca d’Italia stima addirittura ammontino a 63. A sancire come lo Stato sia diventato il nemico principale delle aziende italiane, non solo per tasse e imposte, ma anche in qualità di debitore ritardatario e talvolta insolvente, sono dunque organi e documenti ufficiali. Se ne ricordi chi, dopo le elezioni di oggi, sarà chiamato a gestire gli enti pubblici. sandro.neri@ilgiorno.net