Milano, 30 luglio 2017 - Il braccio di ferro con la Francia impone una riflessione in più. E tutta di natura politica. In un momento in cui traspare in tutta evidenza quanto poco contiamo sullo scacchiere internazionale, forse anche per la scarsa credibilità della classe dirigente, è ora di mandare un segnale. L’occasione è davanti ai nostri occhi, vista l’insistenza con cui si parla della legge elettorale e delle prossime elezioni politiche. Assicurare maggiore governabilità e quindi più stabilità al Paese è prioritario, ma l’auspicio è che questo si accompagni a un profondo rinnovamento delle liste, così come annunciato dai partiti. Dal Pd di Matteo Renzi, impegnato in un’azione di recruiting, a Forza Italia, dove Silvio Berlusconi dice di voler aprire a volti nuovi. Quello che serve alla politica, al di là delle parole dei leader, è un rinnovamento profondo. Capace di coinvolgere quei giovani che la politica la vivono solo attraverso Internet e quelli che andranno a votare per la prima volta. Servono candidati giovani.

Ci sono, però, rumors secondo cui i partiti cercano deroghe a quanto già stabilito gli anni passati. Lo statuto del Pd parla di tre mandati. Ma già in occasione delle scorse elezioni fu introdotta una deroga: non più la regola delle tre legislature, ma quella dei quindici anni. E questo per consentire ad alcuni di restare anche in questa legislatura sullo scranno parlamentare. Stando alle regole del partito molti big, fra cui Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e altri, non sarebbero candidabili.  Non è un problema di una sola parte. Anche in Forza Italia ci sono parlamentari che hanno accumulato più di tre legislature. E anche se il partito di Berlusconi non ha regole come quelle del Pd, stando alla parole del leader anche alcuni di loro non sarebbero candidabili. I partiti piccoli non fanno eccezione. Algelino Alfano, per esempio, ha più di tre legislature alle spalle ma vorrebbe un accordo con Berlusconi per rimanere nel centrodestra.
Tutto questo ha poco a che fare col rinnovamento della politica. Non solo. Se si stabiliscono delle regole, è giusto che queste valgano per tutti. Anche perché nella direzione del partito siedono anche quelli che dovrebbero fare un passo indietro e che non si sognano di farlo, pur avendo votato per il cambiamento. Prospettiva, questa, che riguarda sempre gli altri e mai se stessi. La deroga, anzi, se c’è da salvare una poltrona è sempre a portata di mano. Altrimenti si può sempre cambiare casacca. Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani se fossero rimasti nel Pd non sarebbero stati candidabili. Ora che ne sono usciti possono giocare una partita tutta nuova. Specchio di una politica sempre avvitata su se stessa e capace di inscenare trame da farsa.

Oltre che parlare di nuova legge elettorale, la classe dirigente trovi il modo di dare il buon esempio all’elettorato. Bene le intenzioni di Berlusconi; bene anche il tour di Renzi a caccia di talenti. Purché alle parole seguano fatti. Il premio di coalizione non può essere ridotto a uno strumento per riportare in Parlamento i soliti volti della politica.

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