Milano, 29 agosto 2017 - Si definisce “un’ex promessa della musica italiana” che con il suo “pop impopolare” è riuscito a non mantenere. E nella malcelata soddisfazione per l’insuccesso c’è molto dell’animo di Vasco Brondi, meglio conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica, un irregolare di gran caratura in concerto questa sera in Piazza Castello nell’ambito di “Mantova Arte Musica 2017”.

Citato da Renzi come da Ghali o da Jovanotti, con cui ha scritto il testo de “L’estate addosso” (David di Donatello per la miglior canzone originale grazie alla colonna sonora del film di Muccino), l’altro Vasco d’Emilia racconta nelle sue canzoni un’umanità nuova. Anche se quando riascolta i primi dischi dice che gli sembra di rivedersi «in una foto vecchia con una brutta pettinatura» e preferisce guardare al presente, per questo lo show è focalizzato soprattutto sugli ultimi due, “Terra” e “Costellazioni”, che mantengono però con i predecessori quella visione del mondo da lontano, da quei punti d’osservazione privilegiati «dove il wi-fi non arriverà mai» diventati la sua cifra artistica. E umana. Il niente luccicante dell’Ivanpah Valley, Nevada, che sulla copertina di “Terra” fa da sfondo all’installazione di land art Seven Magic Mountains ideata dallo svizzero Ugo Rondinone sulla Interstate 15, è la metafora scelta dall’autore emiliano per raccogliere il suo sguardo sul mondo.

«Ormai come gazze ladre, che si girano solo quando brilla qualcosa», ammette. «Abbiamo i sensi intorpiditi e non riusciamo a comprendere che attorno a noi può esserci sempre qualcosa da scoprire. Per questo credo che il desiderio di sorprendersi debba fare parte di qualsiasi viaggio». Brondi ha casa a Milano, che definisce come Montale «un enorme conglomerato di eremiti», ma la scelta professionale di trasferirsi in Lombardia poggia sulla certezza che a due ore e mezzo di auto da casa c’è sempre il porto sicuro della sua Ferrara. «La provincia tende a rassomigliarsi a ogni latitudine, e penso che in ogni sua declinazione porti con sé un altrove». Questo suo altrove Brondi ha provato a fermarlo lo scorso anno, assieme a Massimo Zamboni, tra le pagine del volume “Anime galleggianti. Dalla pianura al mare tagliando per i campi”. «Siamo andati in Polesine, tra Emilia, Veneto e Lombardia, seguendo il Tartaro-Canalbianco-Po di Levante che congiunge Mantova all’Adriatico, attraversando paesi mai sentiti nominare prima neppure da me che sono di quelle zone. Ci abbiamo messo comunque due giorni, grossomodo il tempo che oggi ci vuole per raggiungere le Hawaii. E i ritmi antichi, la vertigine dei luoghi, mi hanno precipitato tra le fascinazioni di un’Amazzonia immaginaria. A fare il viaggio, infatti, è l’irraggiungibilità della meta più che la sua distanza chilometrica; oltre alla scarsità di mezzi per arrivarci e, a volte, quella punta di mistero che a me affascina tanto».