Milano, 24 maggio 2016 - L'autobus con cui gira l’Europa è lo stesso che ha portato Francesca Michielin e il suo staff all’Eurovision di Stoccolma, ma a Elvis Costello deve sembrare enorme visto che il “Detour” con cui fa tappa stasera agli Arcimboldi (e il 31 maggio al Palabanco di Brescia) lo vede solo in scena. Questo giro di concerti offre, infatti, l’opportunità di ascoltare l’autore di “Almost blue” voce e chitarra, in una veste da storyteller elettrico che gli lascia, ovviamente, massima libertà nella scelta del repertorio.

Quelle canzoni che nell’87, ai tempi del “Costello Show”, sceglieva con la complicità di una ruota della fortuna da sagra paesana, oggi Elvis le tira fuori annusando gli umori della sala per reinventare se stesso come davanti alle telecamere del dvd “Detour live at the Liverpool Philharmonic Hall”, arrivato sul mercato lo scorso autunno a rimorchio della robusta autobiografia “Unfaithful music & disappearing” e relativa compilation doppia. Senza il piano di Steve Nieve, la chitarra di Nick Lowe o quella di Marc Ribot, tanto per citare qualche celebre partner del passato, l’ex teppistello dalla “gioventù brutale” in questo Detour si abbandona a un flusso di coscienza che conserva solo alcuni capisaldi, come la cover della “She” di Charles Aznavour o gloriosi frammenti delle stagioni con gli Attractions quali “Oliver’s army” e “Accidents will happen”. «Elvis è sincero e diretto, spesso divertente, e ha una conoscenza della musica straordinaria come il suo amore per la vita, per l’arte e per la scienza», assicura il contrabbassista Greg Cohen, uno che lo conosce bene avendoci suonato assieme “My mood swings” nella colonna sonora de “Il grande Lebowski” dei fratelli Coen. D’altronde quello di Costello è un destino scritto nel dna. E non tanto per la divina del jazz che ha impalmato in terze nozze, Diana Krall madre dei suoi due gemelli (la seconda consorte, Cat O’Riordan, era la bassista dei Pogues, mentre la prima, Maria Burgoyne, gli ha dato il figlio Matthew), quanto per un albero genealogico ineluttabile: il nonno Pat trombettista sui piroscafi sulla rotta Liverpool - New York, la madre Lilian responsabile del reparto musica dei magazzini Selfridges di Oxford Street a Londra e il padre Ross, “voce” della big band di Joe Loss negli anni Cinquanta e Sessanta (ospitato da Elvis, in vesti di trombettista, tanto nella compilation di brani sparsi “Out of our idiot” che in “Mighty like a rose”). E poi quello pseudonimo d’arte, declinato col cuore alla bisnonna Elizabeth Costello e il pensiero al “Re del Rock”, certamente più evocativo del Declan Patrick MacManus che gli ha consegnato l’anagrafe 62 anni fa.

“My aim is true”, il primo album, risale al ’77; l’abbrivio del viaggio tra punk, new wave, rock, bluegrass, pop, country e folk di una personalità onnivora capace di graffiare la curiosità dei fans pure dietro l’aura di formalità di un’istituzione della classica come la Deutsche Grammophon, etichetta per cui ha inciso al fianco del mezzosoprano svedese Anne Sofie von Otter, ma pure della London Symphony Orchestra grazie ad alcune musiche scritte per l’Aterballetto di Reggio Emilia. Una trentina gli album in studio, sei quelli dal vivo, innumerevoli le collaborazioni; dal pop di Paul McCartney all’aristocratico esasy listening di Burt Bacharach, dal soul targato New Orleans del grande maestro Allen Toussaint all’hip hop alternativo dei Roots, alle lettere d’amore per la Giulietta shakespeariana musicate nel ’93 con la complicità del Brodsky Quartet. Se è vero che il suo mantra di Indefinibile è “sono qui per disorientare le persone ogni volta che posso”, c’è da dire che Declan-Elvis ci riesce benissimo.
Stasera alle 21 al Teatro Arcimboldi, viale Innovazione 20.