Albino (Bergamo), 11 maggio 2016 - Riconoscere l’attenuante della provocazione ed escludere l’aggravante della crudeltà. Sono le richieste avanzate ieri al giudice dell’udienza preliminare Bianca Maria Bianchi dall’avvocato Roberta Barbieri, difensore di Amine El Ghazzali, il marocchino di 26 anni reo confesso dell’omicidio della moglie, Sara El Omri, 19 anni, dalla quale voleva separarsi, uccisa con 24 coltellate la notte del 2 giugno 2015 lungo la pista ciclabile di Albino. Il legale ha chiesto anche l’assoluzione dalle accuse di maltrattamenti «perché il fatto non sussiste».

Nell'udienza del 28 aprile scorso, invece, il pm Raffaella Latorraca aveva invocato una condanna a 30 anni per l’omicidio aggravato dalla crudeltà e 2 anni per i maltrattamenti. Se il giudice dovesse accogliere le richieste dell’accusa, l’imputato, che è giudicato con il rito abbreviato, si troverebbe a scontare 32 anni di carcere. La sentenza è attesa per il prossimo 31 maggio. Ieri è intervenuto anche il legale dei genitori della vittima, che si sono costituiti parte civile, chiedendo un risarcimento di 500mila euro: 250mila per il padre e altrettanti per la madre. Quest’ultima ieri, durante l’arringa dell’avvocato Barbieri, ha accusato un malore. Sara El Omri, affetta da una lieve disabilità ad una mano, era stata trovata agonizzante e prima di morire era riuscita a dire: «Lui mi ha ucciso», riferendosi al marito che fingeva di prestarle aiuto. El Ghazzali era stato poi fermato a Nembro, nel cortile di un’abitazione, nascosto sotto il telo di un furgone.

Agli investigatori aveva raccontato che la moglie «aveva il coltello e voleva aggredirmi. Io ho perso la testa e ho reagito (da qui la provocazione invocata dal suo difensore, ndr)». Il 26enne aveva anche spiegato che era sotto l’effetto di alcol, che ne aveva offuscato le capacità psichiche e fisiche. Nell’inchiesta era rimasta coinvolta anche una 16enne svizzera, di Locarno, incinta al sesto mese, ritenuta dagli investigatori l’amante di El Ghazzali e accusata di concorso in omicidio (ma lei ha sempre negato). Era presente al momento dell’aggressione fatale, ma osservava in disparte. Secondo l’accusa, Amine voleva andare a vivere con lei, per questo aveva ucciso la consorte. Ora vive in una comunità protetta con il figlio, nato pochi mesi fa. Nei giorni scorsi ha definito la sua posizione davanti al tribunale dei minori, che ha deciso di ammetterla alla messa alla prova in una scuola: farà volontariato in un oratorio.

di MICHELE ANDREUCCI