Terno d'Isola (Bergamo), 16 aprile 2017 - «Santità, pregate per mio figlio, pregate per me». Ester Arzuffi, madre di Massimo Giuseppe Bossetti, in questi giorni ha inviato una lettera a papa Francesco, in Vaticano. L’appello è stato postato anche sulla pagina Facebook della figlia Laura Letizia, gemella dell’uomo che sconta il carcere a vita per la morte di Yara Gambirasio. Ester Arzuffi scrive a mano dalla sua casa di Terno d’Isola, dove vive sola, dopo la scomparsa del marito, Giovanni.

«Sua Santità - è il testo del messaggio -, chi si permette di scriverVi è una madre. Una madre che da anni vive, senza nessuna tregua né requie, ore e giornate interminabili di dolore, ansia angoscia. Sono la mamma di Massimo Bossetti. Mio figlio è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio. Ora è in attesa del processo d’appello. Io prego e trepido per lui, ma la speranza non mi ha abbandonato. No, non mi ha abbandonato. Né mai mi abbandonerà. Io credo fermamente e continuo a credere che su questa terra esista ancora una giustizia. Soprattutto credo nella completa innocenza di mio figlio. Gli ho dato la vita. Insieme con mio marito l’abbiamo cresciuto con tutto il nostro amore, senza mai venire meno ai nostri doveri di genitori. Ho sempre conosciuto i pensieri, i sentimenti, l’animo di mio figlio. Per questo sono assolutamente sicura di lui. So che non nasconde segreti. Non chiedo alla Santità Vostra niente che non sia la preghiera. Mi affido alle Vostre preghiere. Nell’imminenza di questa Santa Pasqua, Festa di pace e di amore, mi affido a Voi, Santità, con tutto il mio dolore, la mia ansia, la mia speranza. Affido mio figlio, un uomo buono e generoso, perché venga restituito ai suoi affetti. Vi offro e Vi supplico di accogliere tutte le mie sofferenze perché Voi, Santità, possiate benignamente pregare per Massimo, per me, per tutti coloro che amiamo e ci amano. In fede Ester Arzuffi».

La lettera è confermata e commentata dall’avvocato Benedetto Maria Bonomo, il legale che tutela Ester Arzuffi e la figlia Laura Letizia, gemella di Massimo. «È lo scritto – commenta Bonomo – di una donna nel dolore, una donna di fede, che chiede il conforto di una preghiera. Solo questo. L’aspetto giudiziario non è minimanente sfiorato». Il 30 giugno Massimo Bossetti affronterà il giudizio di secondo grado davanti alla Corte d’assise d’appello di Brescia, presieduta da Enrico Fischetti, affiancato dal giudice a latere Massimo Vacchiano e dalla giuria popolare. Tornerà in aula a un anno esatto dal pronunciamento dei giudici di Bergamo, che il 1° luglio del 2016 lo hanno condannato all’ergastolo e a un risarcimento di un milione e 300mila euro alla famiglia della tredicenne di Brembate di Sopra. Il sostituto procuratore Letizia Ruggeri ha fatto ricorso contro l’assoluzione dall’accusa di calunnia nei confronti di un collega di lavoro.

Nelle 258 pagine dell’atto d’impugnazione i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, oltre a prospettare possibili piste alternative, hanno sviluppato un attacco concentrico a quella che per l’accusa è la pietra miliare della condanna: il Dna di “Ignoto 1”, rimasto impresso su slip e leggings della giovanissima vittima, la terribile sera del 26 novembre 2010. Gli accertamenti genetici lo hanno ritenuto perfettamente compatibile con quello dell’artigiano bergamasco. La richiesta della difesa è che l’esame venga rifatto affidando una sorta di superperizia. La stessa richiesta viene avanzata dai sostenitori di Bossetti con una petizione online lanciata all’inizio dell’anno.