Joao Kisonga, 33 anni
Joao Kisonga, 33 anni

Buccinasco (Milano), 23 febbraio 2018 - Wilt Chamberlain era un fuoriclasse, passato alla storia del basket come Mister 100 punti, tutti segnati in una partita. Ma alla gioia di entrare nel firmamento della pallacanestro, il campionissimo univa la rabbia per gli insulti che riceveva a ogni partita perché era nero. Erano gli anni Sessanta di un’America fatta di discriminazione, dove neanche essere un asso dello sport fermava i portatori di odio. Sono passati cinquant’anni e la storia si ripete. Stesso terreno di gioco, stessi insulti.

Il giocatore preso di mira ha 33 anni, si chiama Joao Kisonga e indossa la maglia dei Bionics, la squadra di Buccinasco che milita in serie C2 Silver. Appena Joao tocca palla, partono i cori razzisti dei tifosi avversari. L’ultimo episodio venerdì scorso, quando la squadra ha detto basta. Anche perchè dagli spalti il razzismo si è trasferito sul parquet: a insultare Joao, centro tutto sportellate e rimbalzi, è stato infatti un giocatore del Basket Rovello, "maglia 27", ricorda il capitano dei Bionics, Lorenzo Prataviera. A quel punto i giocatori di Buccinasco si sono fermati qualche istante, per protesta. Poi, all’ultimo suono della sirena, hanno scritto alla Federazione e alla Commissione Arbitrale.

Secondo Prataviera anche gli arbitri hanno una grossa responsabilità: "È successo tutto nel silenzio dei direttori di gara", sottolinea il capitano. La rabbia è tanta e non è la prima volta. Due anni fa a Morbegno, con "un palazzetto pieno che ha insultato Joao tutta la partita. Ululati e insulti. Uno degli arbitri era di colore e sono state registrate le offese di stampo razzista". Esito: poco più di 600 euro di multa e squalifica del campo del Morbegno per una giornata. "Sanzione ridicola", commenta Prataviera, che riporta un’altra vicenda, avvenuta ad Agrate, quando "uno dei loro ha provocato per tutta la partita. Joao ha reagito e l’arbitro lo ha squalificato". Nella gara di ritorno, i Bionics hanno tappezzato il palazzetto con striscioni con la scritta: “Non vogliamo razzisti in casa nostra”. "L’arbitro ha detto di toglierli, lo avevano chiesto gli avversari. Gli ho risposto che doveva cacciarmi", racconta il presidente della squadra, Angelo Gottani, vicino ai suoi giocatori: "Ho scritto diverse volte alla Federazione, sono sempre stato ignorato. Ora basta. Sostengo l’iniziativa, anche se forte. Spero che tutti potranno capirci".

Il presidente si riferisce alla decisione della squadra di "abbandonare il campo al primo insulto razzista, anche se questo significa perdere la partita a tavolino". Nessuno contrario, l’assessore comunale allo sport Mario Ciccarelli ammira "il coraggio dei ragazzi" e invita la Federazione a "fermare subito ogni forma di razzismo". È quello che vuole anche Joao, che ha deciso di lasciare il calcio proprio "per i continui insulti razzisti", non pensando che anche nel basket avrebbe trovato tanta ferocia. Dieci anni da cestista, 2 metri di altezza, maglia numero 22 (uno in meno del suo mito LeBron James) e tanto cuore. È l’idolo degli aquilotti, i piccoli bionici, ed è a loro che si rivolge: "Come potranno imparare il rispetto se gli adulti si comportano così? Bisogna alzare la voce e dire basta, soprattutto per loro. Ci vogliono punizioni esemplari. Io, intanto, seguo il mio motto: non ti curar di loro, ma guarda e… schiaccia".