Nella foto, lo stadio Olimpico di Roma
Nella foto, lo stadio Olimpico di Roma

C'è un legame tra il numero di partite giocate dai calciatori e il rischio di infortuni, e questa è la nuova puntata di Dieci. Ogni settimana una storia raccontata con video, foto e infografiche. L'informazione semplice, ma spiegata bene. Se stai leggendo da uno smartphone, clicca su > questo link < per goderti a pieno il prodotto. Altrimenti, inizia a sfogliare quello che vedi qui sotto.



I calciatori giocano troppe partite. Lo sanno gli allenatori, i medici e i manager. Ma soprattutto, lo sanno le federazioni e lo sanno le squadre. L'agenda degli atleti è ogni anno più fitta per garantire a Fifa, Uefa e club il maggior numero possibile di match da vendere a tifosi, televisioni e sponsor. Ricavi e profitti aumentano: a rimetterci è l’integrità fisica dei giocatori.



«L’infortunio dell’atleta ormai fa parte del gioco» sostiene Pierfilippo Capello, avvocato e docente di diritto sportivo all'Università di Pavia, figlio del celebre allenatore. «Le squadre non hanno interesse a ridurre il numero di partite giocate per preservare il fisico dei calciatori. I club accettano il rischio infortuni e si tutelano allargando le rose, perché sanno perfettamente che molti giocatori non faranno tutta la stagione».

Il giro d’affari dell’industria calcistica prima di marzo 2020 aveva toccato la soglia dei 30 miliardi annui solo per il mercato europeo. Una montagna di denaro che in parte giustifica le cifre a sei o sette zeri di stipendi e cartellini dei giocatori. La crescente richiesta di partite da parte di emittenti televisive, sponsor, club e tifosi ha convinto Fifa e Uefa a riempire ogni vuoto nel calendario. Negli ultimi trent'anni le partite disputate negli Europei sono passate da 15, a 31, fino alle 51 di oggi.

È ormai comune per un giocatore dei cinque maggiori campionati europei (Inghilterra, Italia, Spagna, Francia e Germania) scendere in campo per più di 40 match in un anno. Alcuni atleti presenti a Euro 2020 probabilmente arriveranno a fine stagione con più di 80 partite, contro le 60 massime raccomandate dal sindacato mondiale dei calciatori. Nomi come Fernandes (81 partite), Mount (76), Dias (73) Kuondé (72), Donnarumma (71) Tielemans (72): in tutto, sono quasi un centinaio.

«C’è una correlazione tra numero di partite, intensità di esercizio e infortuni» spiega il medico Roberto Bottinelli, direttore del centro di medicina dello sport di Pavia. «Con l'allenamento opportuno si può diminuire questo rischio, ma la quantità di allenamento ha un limite e oltre una certa soglia si finisce solo per aumentare il rischio di infortunio».

Non è solo la frequenza degli impegni a rendere insostenibile il calendario attuale, ma soprattutto lo sforzo fisico richiesto ad match. «L’intensità delle singole partite è aumentata rispetto a dieci anni fa. Oggi abbiamo dati obiettivi e incontrovertibili: i chilometri percorsi dagli atleti, il numero di sprint, la velocità media, i passaggi completati: tutto questo è aumentato del 30-50 per cento».

Christian Eriksen, il giocatore danese che ha avuto un arresto cardiaco durante Danimarca-Finlandia, stava giocando la sua 66ma partita. In questi casi però, ammonisce Bottinelli, «è impossibile stabilire una correlazione con l'intensità dell'esercizio e il numero di partite giocate. Inoltre, gli arresti cardiaci in campo sono estremamente rari. Parliamo di 1 caso ogni 50mila».

A questo punto, esiste una strada per tutelare gli atleti senza dover rinunciare al fatturato? Un avvocato sportivo come Pierfilippo Capello ha le idee chiare: «Le organizzazioni internazionali del calcio stanno pensando di rivoluzionare il sistema. Due terzi delle partite dell’attuale Champions League non interessano agli acquirenti esteri. Quando il mercato è saturo, non resta che alzare la qualità del prodotto e di conseguenza il suo prezzo. La strada potrebbe essere quindi ridurre il numero di partite per aumentarne la qualità».

Ormai, il modello su cui si basa attualmente il sistema calcio non è economicamente sostenibile. E una cosa è chiara: aumentare ancora le partite, infischiandosene della salute dei calciatori, non è la soluzione.