Paolo Sorrentino al photocall di Venezia 78
Paolo Sorrentino al photocall di Venezia 78

di MANUELA SANTACATTERINA - «La tieni qualcosa da raccontare?». È così che Antonio Caputano, leggendario regista napoletano e futuro Maestro di Paolo Sorrentino si rivolge a Fabietto Schisa (Filippo Scotti), adolescente con il sogno di fare cinema perché la realtà che lo circonda è «scadente». E scadente la sua realtà lo è diventata improvvisamente, quando, per una fuga di monossido di carbonio, perde i suoi genitori restando orfano. Una morte alla quale è scampato grazie a un abbonamento al San Paolo di Napoli - rigorosamente in Curva B - e al suo idolo, Diego Armando Maradona, che poco tempo prima aveva segnato quel gol di mano entrato nella Storia. La stessa mano che lo farà restare a casa per poi andare in trasferta a vedere Empoli - Napoli e che cambierà il corso della sua vita. Paolo Sorrentino debutta in Concorso a Venezia 78 con È stata la mano di Dio. Un film fatto per i suoi figli, per fargli capire qualcosa in più «Non tanto del mio carattere, quanto dei miei difetti». «Non mi prendono sul serio. È la cosa che mi diverte di più», ci ha confessato il regista nel giardino vista mare dell'Excelsior di Venezia, «Hanno detto “È bello, è bello, continua così” (ride, n.d.r.)».

Il suo film più personale, ma anche quello con più cuore. Ci vogliono tanto coraggio e tanto amore per fare un film così. Un film pieno di ricordi, risate, tenerezza e dolore. Sorrentino intreccia ironia e disperazione, gioia e tormento, destino e fatalità facendoci ridere e piangere con la stessa intensità, segnando un punto di svolta nella sua carriera. «Anche io che sono un po' ottuso ho capito che parlare di lutto e mettersi a fare i dolly non poteva funzionare. L'idea era che il film non avesse trucchi. Nei miei lavori precedenti, un po' per divertimento, un po' per esigenze del tipo di copione che avevo, facevo grande ricorso ai trucchi cinematografici. Qui non c'era bisogno. E poi ho un'immagine della mia adolescenza assolutamente ferma. Ho capito che dovevo stare fermo con la macchina da presa. Ricordo che ero fermo quando ero contento ed ero fermo quando ero addolorato. E poi, dopo qualche giorno dall'inizio delle riprese, mi sono detto: “Ma chi me lo ha fatto fare a me di fare nove film con tutte quelle soluzioni particolari con la cinepresa”. Ho capito che i miei colleghi erano stati molto più intelligenti di me».

È stata la mano di Dio, oltre a raccontare l'adolescenza di un ragazzo alle prese con una tragedia influenzerà il corso della sua vita è anche un ritorno per Sorrentino nella sua Napoli immergendosi nei ricordi della città negli anni Ottanta segnati, ovviamente, dall'arrivo in città di Maradona. «Da spettatore trovo che i film d'epoca si perdano nell'eccessiva cura dei dettagli del tempo. Non volevo che fosse un film in cui c'erano i pullover rosa e gli zainetti Invicta. Volevo che fossero gli anni Ottanta ma che uno guardando il film potesse pensare che fosse un momento qualsiasi perché non è determinate l'epoca ma sono determinanti le emozioni, le sensazioni, le gioie e i dolori dei personaggi», ha sottolineato il regista, «Non avevo tempo di occuparmi della politica, avevo altro di cui occuparmi. In questo trovo un'analogia con il bellissimo film di Marco Bellocchio, Marx può aspettare, in cui parla del fratello, depresso, che aveva ben altri pensieri rispetto alla rivoluzione che gli suggeriva lui».

Un film già pronto a girare il mondo tra i Festival più prestigiosi, a partire dal Telluride. «Sono molto felice. Anche i Festival che mi hanno sempre ignorato mi hanno preso (ride, ndr). Netflix sotto questo aspetto è formidabile perché ha una voglia, forza e disponibilità a lanciare il film che mi fa molto piacere», confida Sorrentino, «E poi lo volevo fare con loro già da prima della pandemia. Mi sembrava il luogo giusto. Volevo fare un piccolo film ma fatto bene, con tutti i mezzi di un grande film e questo loro me l'hanno garantito. E poi ero rimasto molto colpito da come avevano lanciato Roma». A vent'anni esatti dal suo debutto al lungometraggio con L'uomo in più – presentato proprio a Venezia -, Paolo Sorrentino è tornato al Lido e ci ha regalato un film magnifico, straziante, spassoso con cui raccontare la sua storia. Perché, come dice il Maestro Capuano: «Alla fine torni sempre a te».