Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino

 «Sono molto emozionato di presentare il film qui a Napoli. È come se fosse il mio matrimonio. Qui poi viene compreso in tutte le sue sfumature, quindi provo una profonda emozione e gratitudine». Paolo Sorrentino racconta così, da un albergo nel cuore di Napoli, a due passi da Castello dell’Ovo, l’emozione di presentare È stata la mano di Dio – dal 24 novembre in sala e dal 15 dicembre su Netflix – nella sua città. Al suo fianco Filippo Scotti, Marlon Joubert – i due fratelli Schisa, Toni Servillo e Teresa Saponangelo – i genitori – e Luisa Ranieri, la zia di Fabietto nel film. Un film personale, intimo eppure profondamente universale nei temi trattati e scelto per rappresentare l’Italia per la corsa verso il miglior film internazionale agli Oscar. «Cosa ho capito rispetto all’esperienza de La Grande Bellezza? Che devi solo essere fortunato che le innumerevoli variabili si mettano nella posizione giusta. Quello per gli Oscar è un percorso lungo, complicato e pieno di bei film…».

 

LA STORIA – «Perché proprio adesso? Perché mi sembrava il momento giusto per raccontare questa storia una volta raggiunti i cinquant’anni, che ho compiuto l’anno scorso. Avevo voglia di girare un film a Napoli e in cui Napoli fosse protagonista. Sentivo il bisogno di farlo. Mi sembrava una possibilità di svago in un periodo duro per tutti. Non credo ci siano ragioni particolarmente profonde e se ci sono non mi voglio conoscerle…».

LA MIA NAPOLI – «Ho affrontato la città sulla base dei luoghi che conoscevo da ragazzo e che ho vissuto da ragazzo: la mia casa, la scuola e i luoghi scoperti verso i diciassette anni, l’età di Fabietto (interpretato da Filippo Scotti, nda). Nel girare sono stato così guidato, quasi condotto dai ricordi, dai luoghi fondamentali per me rispetto a ciò che mi è capitato…».

IL MIO DOLORE – «Parlare di questo film ha fatto in modo che il dolore stia diventando quotidiano e, in un certo senso, anche noioso. Un modo bellissimo per affrontarlo: annoiarsi del proprio dolore. Con il film non lo racconto più a me stesso, ma agli altri. È di grande aiuto. Annoiarsi mi sembra una bella scorciatoia…».

IL CONFLITTO – «Avendo perso mio padre da ragazzo credo mi sia mancato il conflitto. Non è un caso che abbia incontrato Antonio Capuano, perché il conflitto è parte decisiva del rapporto con lui. Mi ha spiegato che il conflitto era necessario per fare cinema e per vivere. Quando gli raccontavo L’uomo in più non gli andava bene nulla e aveva ragione. Metteva sapientemente il dito nella piaga e mi ha aiutato a fare un film migliore. Ho cercato rapporti sinceri nella mia vita. Anche con Toni Servillo c’era un rapporto basato sulla critica, fin dal primo giorno. Devo ricordare anche Angelo Curti, il mio primo produttore. Una figura accogliente e calorosa ma che non faceva sconti».

LE REAZIONI – «Credo che È stata la mano di Dio abbia una riconoscibilità immediata perché parla di sentimenti che appartengono a tutti. Anche se all’estero faticano a credere che quei personaggi raccontati durante la scena del pranzo possano essere reali, possano esistere davvero. Una pecca? Spesso alla fine delle proiezioni adesso devo ascoltare di lutti simili al mio. Ma fa parte del gioco…».

IL FUTURO – «È stata la mano di Dio contiene, nonostante gli ostacoli, un’idea di futuro, la mia idea di futuro. Se un ragazzo lo vede spero capisca che non si deve abdicare mai a un’idea di futuro, anche differente a quella che si aveva. Quando si è adolescenti uno può non vedere un domani diverso. Questo film invece vuole dire che il futuro c’è sempre. Anche se è invisibile…».

MASSIMO TROISI – «Il film ha molti riferimenti cinematografici? In realtà l’unico è il Massimo Troisi regista. Sono debitore dei suoi film, che ho molto amato e credo che in qualche modo il finale di È stata la mano di Dio abbia dei punti in contatto proprio con i finali di alcuni suoi film. Troisi è stato il mio unico nume tutelare. Fellini? Ma Fellini nel film è raccontato solo come episodio legato ai fatti della mia famiglia…».

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