Milano, 4 agosto 2019 - «Il cammino si fa andando», ci ha insegnato Antonio Machado, grande poeta. E ogni viaggiatore è il suo viaggio, che lo fa crescere, lo trasforma, lo rinnova. Scoprendo non tanto il valore della meta, quanto il senso dello stesso viaggiare, con quegli «occhi nuovi» di cui parlava Marcel Proust. Lo sa bene Natalino Russo, scrivendo «storie di cammini e camminatori» in “L’Italia è un sentiero”, Laterza. Lasciate le vie principali, che siamo abituati a percorrere a grande velocità, si possono riscoprire monti e colline, strade di campagna e viottoli lungo il mare, vivendo luoghi di cui avevamo, forse, appena un vago ricordo. Su quei passi lenti, adatti a fare muovere lo sguardo e alimentare pensieri vagabondi, possiamo ritrovare le orme di altri viaggiatori, da Giustino Fortunato sugli Appennini del Sud a Edoardo Lear in Aspromonte, rileggere la storia lungo le trincee della Prima Guerra Mondiale, seguire le tracce di pastori, migranti, banditi, pellegrini religiosi: un’umanità straordinaria, che parla di noi, di tradizioni e leggende, d’un Paese che merita ascolto e attenzione. Con un sogno da realizzare: il Sentiero Italia, seimila chilometri e 380 tappe attraverso tutta la penisola. Viaggio di scoperta. E riscoperta. Come suggerisce Eliana Di Caro in un libro denso d’amore e orgoglio d’appartenenza, “Andare per Matera e la Basilicata”, Il Mulino.

Radici antiche, che affondano nel Paleolitico. Gente ruvida eppur ospitale, segnata da passaggi di popolazioni diverse, spesso guerriere, greci e romani, goti e visigoti, longobardi, arabi e normanni. Civiltà contadine e pratiche magiche. E una sofisticata tradizione letteraria, dal latino Orazio a Rocco Scotellaro e a Leonardo Sinisgalli, ingegnere-poeta protagonista a Milano d’industria ed editoria. E al fascino esercitato, nel corso del Novecento, su grandi scrittori come Carlo Levi (qui ambientò il suo capolavoro, “Cristo si è fermato a Eboli”) e Giovanni Pascoli (“Matera è la città che mi sorride di più...»). Ecco, Matera. Vissuta a lungo dall’opinione pubblica come luogo di miseria nelle case-grotte dei Sassi e capace di rinascere, sino ad affermarsi come Capitale europea della Cultura per il 2019. Un percorso poetico e civile che parla di sintesi originale di memoria e futuro. Cui rendere omaggio e da additare ad esempio. Andare adesso verso Nord. E scoprire la “Trieste selvatica” di Luigi Nacci, Laterza. Non solo la città aperta, dinamico porto adriatico, confluenza storica di genti mediterranee e austro-ungariche. Ma anche le montagne e le doline, le foreste e gli spazi aspri, con un confine che si sposta continuamente. Tutto rivela che «la straordinaria forza di questo luogo è data dalla sua natura ibrida» e da nazionalità che si mescolano: «Italiano, sloveno, croato, istrorumeno, istroveneto, istrioto, schiavetto, friulano, tedesco, ebraico e tutti i dialetti che strisciano tra le valli, i suoni perduti...». Per imparare anche a «coniugare i verbi al futuro».