Tumore al colon
Tumore al colon

Roma, 16 aprile - Come prevenire - e prevedere - che i pazienti con tumore del colon sviluppino (come spesso accade) metastasi al fegato anche dopo la chirurgia? E' partito da questi quesiti clinici uno studio Humanitas pubblicato su 'Cancer Cell' che ha portato inoltre all'identificazione del batterio responsabile della migrazione dal colon al fegato e del biomarcatore che segnala le modificazioni a livello vascolare. Secondo gli scienziati questo consentirà, in futuro, di predire se una persona potrà sviluppare metastasi al fegato, e decidere di conseguenza il tipo di trattamento più adatto e quanto distanziare i controlli di follow-up.

"La ricerca dimostra che la proliferazione di metastasi dal tumore primario al fegato dipende da quattro eventi: la modifica della barriera vascolare intestinale, la migrazione di batteri del microbiota dal tumore primario al fegato, la formazione nel fegato di una nicchia pre-metastatica, e infine il richiamo delle cellule tumorali nel fegato e l'inizio del processo di metastasi", spiega Maria Rescigno, responsabile del Laboratorio di Immunologia delle mucose e microbiota dell'Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e coordinatrice del lavoro, condotto in collaborazione con l'Unità operativa di Chirurgia del colon-retto di Humanitas e l'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano.

"La metastatizzazione di un tumore del colon - spiega una nota - avviene normalmente attraverso i linfonodi drenanti nel fegato o nei polmoni. Per questo, dopo l'operazione per rimuovere il tumore, i medici controllano se i linfonodi drenanti sono interessati dalla malattia. In caso affermativo si considera il paziente metastatico e si avvia una terapia più aggressiva. Il problema si pone quando il paziente, anche se non ha mostrato metastasi nel linfonodo, in seguito sviluppa metastasi al fegato. L'ipotesi di partenza dello studio è che le cellule non arrivino nel fegato attraverso i vasi linfatici, ma tramite i vasi sanguigni.

"Ci siamo chiesti come questo possa avvenire. Per capirlo - riferisce Rescigno - abbiamo svolto uno studio retrospettivo sui tessuti di pazienti già operati. I vasi dell'intestino sono organizzati in modo da non permettere il passaggio dei batteri: formano una 'barriera' per non farli entrare in circolo. Ma ci sono casi in cui i batteri si diffondono, come avviene per la salmonella che raggiunge il fegato. In queste circostanze sappiamo che c'è un marcatore che indica  quando la barriera diventa permeabile. Partendo da questi presupposti, abbiamo verificato che tutti i pazienti con metastasi al fegato avevano un aumento di questo marcatore già nel tumore primario, quindi prima che
si manifestassero le metastasi". Il passo successivo è stato chiedersi: l'aumento dei batteri nel sito tumorale del colon può modificare la barriera intestinale e favorire le metastasi? A guidare questo passaggio sono state le conoscenze pregresse sulla capacità dei batteri di modificare la permeabilità intestinale.

"Abbiamo così verificato - riferisce la ricercatrice - che i batteri sono in grado di 'entrare' nel tumore, modificare la barriera del colon, migrare nel fegato e creare una nicchia pre-metastatica che fa da 'richiamo' per le cellule tumorali. Si tratta di una scoperta molto importante, che ha permesso di identificare il batterio in grado di innescare questo processo". La ricerca rientra nel programma 'Immunity in Cancer Spreading and Metastasis' (Ism) coordinato da Alberto Mantovani e sostenuto da Airc tramite i contributi del 5x1000.